POLITICHE LOCALI – Senza servizi e spopolati: dote di 2,1miliardi in 5 anni per salvare 3.800 Comuni

Senza servizi e spopolati: dote di 2,1
miliardi in 5 anni per salvare 3.800 Comuni


di Carmine Fotina
La mappa Istat dei centri più lontani da ospedali, licei e ferrovie. Un
numero di anziani doppio rispetto ai giovani aggrava l’invecchiamento.
Per rilanciarli 2,1 miliardi
Sono di scarso appeal, perfino quando ne discutono i ministri. Per qualcuno
sono solo una passione degli statistici o una questione da geografi. Ma le
«aree interne», l’insieme dei Comuni più lontani dai servizi essenziali, sono in
gran parte responsabili del declino demografico del Paese, del suo
invecchiamento, e frenano la riduzione dei divari territoriali perché piccoli
centri urbani spopolati, dove più intenso è il fenomeno della nuova migrazione
dei giovani, si allontano sempre di più dal baricentro economico e industriale.
L’Istat ha aggiornato la mappa dei Comuni che rientrano nella definizione e
che possono essere di conseguenza selezionati per beneficiare delle politiche
e dei fondi previsti sia dal nuovo Accordo di partenariato 2021-2027 sulla
politica di coesione sia dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), ed
emerge un quadro preoccupante, perché il tessuto si sgrana sempre di più,
proprio nella fase storica in cui le fragilità demografiche del Paese ne mettono
più a rischio gli sviluppi socio-economici.
Il 59% della superficie italiana è occupato da aree interne, dove risiedono
poco più di 13,1 milioni di persone, il 23% della popolazione residente. Si
tratta in tutto di 3.834 Comuni (il 48,5% del totale italiano), classificati come
intermedi, periferici o ultraperiferici in base alla distanza, misurata in tempi
medi di percorrenza stradale, dai Comuni-polo o poli intercomunali più vicini in
grado di offrire simultaneamente servizi di base nella salute (un ospedale
sede di Dipartimento di emergenza e urgenza di I livello), istruzione (almeno
un liceo classico o scientifico e almeno uno fra istituto tecnico e istituto
professionale) e mobilità (una stazione ferroviaria almeno di categoria “silver”,
cioè medio-piccola). Il Mezzogiorno, dove il 65% dei Comuni rientra nella
platea, è l’epicentro simbolico di questo distacco dai servizi essenziali, ma non
esaurisce il fenomeno anzi, nel complesso, il 55,2% delle aree interne si trova
al Centro-Nord, prevalentemente in zone montane e rurali.
Nel confronto con la precedente mappatura, che era stata alla base della
Strategia nazionale per le aree interne (Snai) varata con i fondi di coesione
2014-2020, risalta la drastica diminuzione dei Comuni-polo, passati da 339 a
241, soprattutto per la chiusura di strutture ospedaliere, ma
contemporaneamente aumenta il numero di persone che si sposta dalle aree
più marginali e isolate per avvicinarsi ai centri in grado di offrire maggiori
servizi. L’indice migratorio è in costante ascesa dal momento che aumenta la
tendenza ad abbandonare i luoghi di residenza quanto più si è distanti da un
centro servizi e quasi 190 i Comuni sono diventati fortemente “espulsivi”.
È in queste retrovie che l’Italia sta costruendo buona parte della sua crisi
demografica, perché qui il calo della popolazione per nati-mortalità ha
raggiunto nel 2019 il 7,4% a fronte del 3,6% nazionale e perché l’età media di
chi resta si alza sempre di più. L’indice di vecchiaia, calcolato come rapporto
tra la popolazione residente con almeno 65 anni e quella nella fascia di età
0-14 anni, ha raggiunto in Italia la ragguardevole quota di 182,6, media però
tra il 178,8 dei Comuni-polo e il 196,1 delle aree interne. Nei Comuni periferici
e ultraperiferici la popolazione anziana residente è addirittura superiore al
doppio di quella giovane e gli over 64 arrivano al 25,7% dei residenti. Le
previsioni a 10 anni rafforzano la tendenza e i Comuni marginali perderanno
un ulteriore 4,2% degli abitanti a fronte del 2,2% nazionale.
Tra i 3.834 Comuni censiti si dovrà rapidamente stabilire quali, sulla base di
una serie di criteri e su proposta delle Regioni, entreranno negli accordi di
programma quadro da finanziare con i nuovi fondi. L’attuazione è stata fin qui
il punto debole (debolissimo) della Strategia nazionale delle aree interne. La
Snai nasce come politica sperimentale nel 2013, le prime strategie d’area
vengono però approvate solo nel 2016. Per firmare i 72 accordi di programma,
che devono concretizzare le singole strategie, ci sono voluti cinque anni. Ora
le Regioni, insieme all’Agenzia per la coesione territoriale, sono impegnate
nella perimetrazione delle nuove aree (con relativi accordi quadro) che
beneficeranno delle risorse 2021-2027 e del Pnrr ma il processo per
concludere le istruttorie si sta rivelando ancora una volta complesso e
farraginoso.
Non sono ammesse ad ogni modo eccessive illusioni. Il Pnrr stanzia 500
milioni per il potenziamento dei servizi e delle infrastrutture. Ci sono poi 350
milioni, di cui 300 del Piano nazionale complementare e 50 della legge di
bilancio , mirati alle strade. E 100 milioni per le farmacie nei centri con meno
di 3mila abitanti. Nel complesso, includendo le risorse del Fondo sviluppo e
coesione, il governo stima che nei prossimi cinque anni si potrebbe costruire
una dote di 2,1 miliardi. Ma lo stesso Pnrr, negli allegati in cui fissa gli obiettivi,
stima che un miglioramento dei servizi nelle aree interne, con oltre 13 milioni
di persone, richiede un impegno finanziario di 250 euro per abitante, in pratica
3,3 miliardi di euro, uno in più di quelli che nelle più floride aspettative
dovrebbero essere effettivamente disponibili.
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