Made in Italy a “caro prezzo”

Made in Italy a “caro prezzo”


di Alessandro Terzulli


L’ottimismo dettato dalla ripresa economica con cui si è aperto quest’anno è
mutato repentinamente con lo shock dell’invasione dell’Ucraina da parte
della Russia, il cui principale, ma non unico, canale di trasmissione è
rappresentato dalle materie prime, energetiche e non: le loro quotazioni sui
mercati finanziari si sono impennate, inserendosi in una fase rialzista in corso
già dal secondo semestre dello scorso anno e generando difficoltà per
imprese e famiglie. A questo si aggiungono anche minori stimoli monetari e,
più gradualmente, fiscali, che hanno portato a una revisione al ribasso delle
prospettive di crescita del Pil mondiale e del commercio internazionale di beni.
Questione di tassi (di cambio)
L’apprezzamento del dollaro favorisce le esportazioni italiane oltre i confini
europei, specie negli Stati Uniti (primo mercato di sbocco extra-UE) e in
generale nei “Paesi dell’area dollaro”, rendendo le nostre merci meno care e
incentivandone quindi la domanda. Al contempo, un euro debole accresce
il valore dei beni importati, in particolare delle materie prime i cui prezzi
sono già in rialzo e denominati spesso in dollari. Per l’Italia, importatrice netta
di materie prime e con un’industria di trasformazione, il forte incremento dei
costi energetici impatta notevolmente sui costi di produzione,
comprimendo gli utili delle imprese e/o comportando un aumento dei prezzi a
valle del processo produttivo. Ciò non si tradurrà necessariamente in
perdita di competitività di prezzo per le imprese italiane nel confronto con i
principali concorrenti (come Francia e Germania): le previsioni sul tasso di
cambio effettivo reale – che tiene conto anche dell’andamento dei prezzi
italiani rispetto a quelli esteri – indicano infatti una generale tenuta della
competitività dei beni Made in Italy, con i loro prezzi attesi crescere a un ritmo
relativamente inferiore (Fig. 1).
Figura 1 Tasso di cambio effettivo nominale e reale dell’Italia
Nota: Un incremento del tasso di cambio effettivo reale può riflettere un
apprezzamento della valuta
e/o un aumento dei prezzi relativi, implicando quindi una minore competitività delle
esportazioni
Fonte: Elaborazioni SACE su dati Oxford Economics.
Nello scenario base le esportazioni italiane di beni in valore cresceranno
quest’anno del 10,3%, continuando a registrare un andamento positivo
anche nel 2023, quando si raggiungeranno quasi i 600 miliardi di euro e
consentendo all’Italia di mantenere pressoché invariata la sua quota di
mercato a livello mondiale, pari al 2,7% (Fig. 2). Questo aumento a doppia
cifra è spinto in larga parte da un fattore di prezzo, più che di volume, che è
previsto attenuarsi a partire dal prossimo anno. Nel 2023 le tensioni sui
costi sono attese, infatti, affievolirsi e le differenti dinamiche convergere:
+5% in valore, a fronte di un +4% in volume. Anche per le esportazioni di
servizi la crescita sarà robusta, consentendo loro di tornare pressoché ai
livelli pre-Covid quest’anno e superarli nel 2023, grazie soprattutto alla ripresa
del comparto del turismo.
Figura 2 Esportazioni italiane di beni e servizi in valore (valori correnti; miliardi di €;
var. % annua)
Fonte: Istat, Oxford Economics, SACE
I settori del nostro export vedono quest’anno ampie cresciute in valore,
mentre gli aumenti in volume rimangono generalmente più contenuti,
come emerso già sul finire dello scorso anno (Fig. 3). Tale andamento è
particolarmente evidente per i beni intermedi, specie metalli e chimica, le
cui esportazioni proseguono con una crescita a doppia cifra, grazie soprattutto
sia alla componente dei prezzi sia alla dinamica ancora relativamente
sostenuta degli investimenti.
I piani economici di rilancio, in chiave infrastrutturale e green, saranno
infatti alla base della crescita anche dei beni d’investimento, trainati in
particolare dai mezzi di trasporto e dalla meccanica strumentale, che
quest’anno risentiranno delle attuali incertezze e, nel 2023, registreranno una
dinamica superiore alla media.
Il crescere dell’inflazione comporterà inoltre un calo del potere d’acquisto
delle famiglie più in difficoltà, che potranno ridurre le risorse destinate alla
spesa in beni di consumo, specie se differibile nel tempo, come ad esempio la
gioielleria e i prodotti in pelle.
Proseguirà quest’anno e nel 2023, nonostante il rincaro degli input
produttivi lungo tutta la filiera, la buona performance dell’agroalimentare,
che già dall’anno scorso sta beneficiando anche della ripartenza del canale
dell’ospitalità.
Figura 3 Export italiano, per raggruppamenti di beni (var. % annua; valori correnti)
Fonte: Istat, Oxford Economics, SACE
Il caleidoscopio dei mercati di destinazione
Il protrarsi dell’emergenza sanitaria, seppure con intensità minore, e il conflitto
in Ucraina si riflettono attraverso canali di trasmissione differenziati a
livello geografico (Fig. 4). Da un lato, infatti, alcuni mercati, per area e
struttura economica, sono stati più colpiti dalle ripercussioni delle misure
anti-Covid (ad esempio i Paesi a vocazione turistica o manifatturieri) o
dall’incremento dei prezzi degli input esportati in misura rilevante da Russia e
Ucraina (dagli oil importers alle economie a propensione agricola). Dall’altro,
invece, i rincari delle materie prime stanno determinando un beneficio per i
Paesi esportatori netti di queste commodities che ricevono nuovo stimolo
dai cambiamenti che il conflitto ha generato nell’approvvigionamento globale
di materie prime. Tutto questo con effetti diversi per il nostro export nelle varie
aree di destinazione.
I Paesi dell’Est Europa sono fisiologicamente le economie che sono
destinate a subire più a lungo gli effetti del conflitto. L’Europa avanzata soffre
le criticità della fornitura di input, specie quelli energetici, ma la struttura
economica dei Paesi permette loro di mitigare, almeno temporaneamente e in
alcuni casi parzialmente, tali conseguenze. L’autonomia energetica e la
domanda interna sono gli elementi a sostegno del Nord America, così
come lo sono per i principali mercati dell’America Latina la lontananza dal
conflitto, il relativo isolamento di molte economie rispetto alle Catene Globali
del Valore e l’autosufficienza energetica e alimentare. A beneficiare dei rincari
dei prezzi dell’energia è l’area Medio Oriente e Nord Africa, seppure con
differenze significative tra Paesi esportatori e non. Le geografie
dell’Asia-Pacifico sono influenzate dalle politiche “zero Covid”, oltre che
dal grado di dipendenza dall’import di materie prime energetiche e alimentari
dalle zone della guerra. Si mantengono deboli le prospettive di crescita
della domanda dell’Africa Subsahariana dato il persistere delle
conseguenze della pandemia su economie già fragili e l’impatto del conflitto
sulla loro sicurezza alimentare.
Figura 4 Le geografie dell’export italiano (var. % annua; valori correnti)
Fonte: Oxford Economics, SACE
Vi sono alcuni mercati dove, anche per una molteplicità di specifici fattori, il
nostro export mostrerà una dinamica particolarmente vivace. Ad esempio,
tra le economie emergenti numerose opportunità per le nostre imprese
deriveranno dai piani di investimenti pubblici degli Emirati Arabi Uniti,
dell’Arabia Saudita o dell’India, e dal crescente inserimento nelle catene di
approvvigionamento di players nazionali in Messico e Colombia, o
dall’impronta industriale decisamente trasformatrice del Vietnam – dalla più
nota industria tessile e della lavorazione pelli fino all’agroalimentare. Senza
dimenticare quelle geografie già ampiamente presidiate verso cui è destinato
buona parte del nostro export: Stati Uniti su tutti, ma anche, per citare il
Vecchio continente, la Spagna dove le imprese italiane potranno soddisfare
in diversi ambiti la domanda legata alla transizione energetica.
Scenari accomunati dall’incertezza
In un contesto segnato da un’elevata incertezza, è quanto mai opportuno
simulare scenari di previsione alternativi. In un primo scenario
alternativo, la cui probabilità di accadimento sta gradualmente
aumentando, ipotizziamo la continuazione e l’intensificazione nel tempo
del conflitto. La crescita economica globale risulterebbe più debole e
sarebbe accompagnata da un’ulteriore impennata dell’inflazione. In questo
contesto le nostre esportazioni crescerebbero a un tasso del 9,1%
quest’anno e registrerebbero un incremento solo di poco superiore
allo zero nel 2023.
In questo scenario nel 2023 ne risentiranno particolarmente a livello di
raggruppamenti i beni d’investimento e i beni di consumo, -5,6 e -5,2 p.p.
rispetto allo scenario base, a livello di mercati di destinazione le geografie
più limitrofe al conflitto, ossia Europa orientale e avanzata; di contro la
lontananza dal conflitto e l’autosufficienza energetica permetterà impatti
più contenuti su America Latina e Paesi del Golfo.
In un secondo scenario alternativo, con una probabilità decisamente più
modesta, ma il cui accadimento non può essere totalmente escluso, si
prevedono gli effetti di una risoluzione del conflitto in tempi più brevi
e condivisa da entrambe le parti. In questo caso l’export italiano di beni
crescerebbe dell’11% nel 2022 e dell’8,3% nel 2023 per poi tornare in linea
con lo scenario base nel biennio successivo.

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