ITALIA 4.0 – AD AZIENDE PRIVATE E PA OCCORRE COLMARE LO SKILL GAP ATTRAVERSO LE COMPETENZE

Italia 4.0, un bisogno estremo di competenze: a
privati e PA serve colmare lo skill gap
L’Italia ha uno skill need elevato nei settori tecnologici strategici di
Industria 4.0, ma il tema è rimasto ai margini complici le urgenze da
gestire nel periodo di pandemia: ecco la situazione per privati e PA e le
prospettive
di Giacomo Bandini

Con l’epidemia di Covid-19 il dibattito intorno alla digitalizzazione ha avuto
diverse fasi. In un primo momento si è pensato che le aziende avrebbero
subito pesantemente, da un punto di vista di riorganizzazione dei processi, le
restrizioni. Successivamente, si è assistito all’incensamento dello smart
working come soluzione di tutti i mali e si è fatta notare la differenza tra chi
aveva da tempo predisposto una riorganizzazione degli spazi e degli orari di
lavoro e chi invece ancora non aveva effettuato investimenti in questo senso.
Infine, il dibattito si è focalizzato sulle carenze di materie prime e di

semiconduttori senza i quali gran parte della produzione industriale rischia di
subire gravi shock dell’offerta. Uno dei temi che è rimasto ai margini è quello
delle competenze per i settori più tecnologici dove sono applicati i paradigmi
dell’Industria 4.0 che si avvia verso la sua fase 5.0 (come riporta un policy
brief della Commissione Europea), dell’intelligenza artificiale, del machine
learning. L’Italia ha ancora uno skill need elevato in alcuni di questi settori.
Quale direzione e quali policy intraprendere? Il problema è certamente
annoso.

Il problema delle competenze
Anche nel periodo miracoloso del dopoguerra, quando i tassi di crescita e di
produttività viaggiavano a cifre elevate, l’Italia scontava generiche carenze
nella preparazione della sua forza lavoro. Tuttavia, riuscì a sopperire grazie a
diversi fattori (alcuni positivi, altri negativi) alle carenze tecniche necessarie
per integrare, migliorare e creare nuove soluzioni per la produzione industriale
e non solo. Il problema oggi invece è figlio sia del passato sia della

complessità che si prospetta nel futuro. L’emergere, a tassi assai più veloci
che negli anni Sessanta, di nuove tecnologie richiede un costante
adattamento non solo da parte delle aziende. La società stessa è stretta in
mezzo a questa tensione ed è spinta da più parti verso il cambiamento.
Senza basi solide, però, è ancor più difficile stare al passo con il
cambiamento. Se si analizzano i dati a disposizione si noterà come dal primo
piano Industria 4.0 poco è migliorato sotto il piano delle competenze 4.0 che
continuano ad essere uno dei freni alla crescita della produttività. Il
Competitiveness Index 2020 del World Economic Forum lo evidenzia
chiaramente. Tra il 2016 e il 2020 il tasso di variazione delle skill nella
popolazione italiana (soggetti con istruzione universitaria e secondaria) è
inferiore al 2%.

Questo è indice di una generale stagnazione che coinvolge inevitabilmente
anche l’universo del digitale. Contemporaneamente tra il 2013 e il 2017 il
rapporto tra studenti di materie scientifiche sul totale è andato decrescendo
invece che aumentare, come auspicato sull’onda della digitalizzazione,
passando dal 25% al 23%. Entrando nello specifico del fabbisogno di
competenze dell’Industria 4.0, questo gap secondo il World Manufacturing
Forum potrebbe costare ogni anno all’Italia lo 0,6% del PIL e, considerando il
peso crescente dell’Intelligenza Artificiale e delle tecnologie che evolveranno
insieme ad essa, potrebbe anche aumentare.
Le skill che mancano nell’ICT

Le carenze più marcare, secondo gli indicatori OECD, si verificano soprattutto
nel settore ICT dove spiccano problem solving e competenze base di
processo. Per quanto riguarda il settore manifatturiero, invece, l’Italia mostra
di avere un capitale umano con buona preparazione tecnica. Allo stesso
tempo le capacità di problem solving e le competenze di processo sembrano
essere meno sviluppate con i dati peggiori che si riferiscono al critical thinking,
active learning e monitoring, mentre installation, equipment selection e
maintainance sono le skill di cui c’è meno necessità. Ciò conferma la grande
capacità storica della forza lavoro italiana sotto il punto di vista tecnico e le
maggiori carenze sotto il profilo soft skill.

Peccato che l’Industria 4.0 preveda che i due set di competenze vadano di
pari passo. Il problema è stato ampiamente riconosciuto negli anni, fino ad
arrivare al PNRR in cui si esplicita la carenza generica di competenze digitali
e sono inserite una serie di azioni che fanno parte di una “più ampia Strategia
Nazionale per le Competenze Digitali volta a promuovere un diffuso
miglioramento delle competenze della forza lavoro esistente e futura su temi
digitali e tecnologici”. Queste attività sono suddivise in due canali principali: la
scuola e l’impresa.
La situazione della PA

Anche la PA è coinvolta, ma si tratta di un discorso a parte. Per quanto
concerne il sistema educativo il piano del governo è quello di rafforzare
l’istruzione professionale, in particolare il sistema di formazione professionale
terziaria (ITS) e l’istruzione STEM. Inoltre è previsto un rafforzamento dei
collegamento tra ricerca e impresa. Sul lato dell’impresa, il pilastro rimane
sempre il Piano Transizione 4.0 con l’obiettivo di migliorare il tasso
d’innovazione del tessuto industriale e imprenditoriale del Paese e incentivare
gli investimenti in tecnologie all’avanguardia, nonché investire nella
formazione delle competenze digitali e manageriali. Forse il problema è
proprio questo. Per anni i governi che si sono succeduti hanno puntato
eccessivamente su un solo strumento di policy nel disperato tentativo di
venire incontro alla domanda delle imprese per nuove competenze 4.0.
Puntualmente, la situazione non è cambiata. Perché? Perché è il sistema
stesso ad essere in deficit di competenze e storicamente debole sotto il punto
di vista della formazione connessa alla tecnologia, alle soft skill e oggi alla
digitalizzazione. Non è certo con le mezze riforme degli ITS e dell’educazione
che è possibile colmare questo gap. Tantomeno puntando solamente sulla
lungimiranza delle imprese che con il credito d’imposta saranno portate a
sopperire alle carenze formative della forza lavoro. Il PNRR non è che uno
scheletro sul quale lavorare. È necessario però che ci sia uno sforzo
complessivo verso gli obiettivi individuati. E non deve essere un taboo anche
la questione immigrazione, laddove l’Italia deve puntare ad attrarre talenti
dall’estero e non solamente a lasciarsi scappare ricercatori e individui formati
ad alto livello. Cooperare è la parola d’ordine. Il governo Draghi ha le
potenzialità per iniziare l’applicazione di questo concetto. Chi verrà dopo
dovrà continuarla.

fonte AGENDA DIGITALE

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