ANALISI/APPROFONDIMENTI/COMMENTI IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA – Non c’è ripresa senza politiche migratorie

ANALISI/APPROFONDIMENTI/COMMENTI
IMMIGRAZIONE E ACCOGLIENZA
Non c’è ripresa senza politiche migratorie

Orlando De Gregorio e Paolo Moroni provano a uscire dalla retorica
dell’emergenza, partendo dall’assunto che non esistono politiche
per o contro i migranti ma politiche in grado o meno di regolare
adeguatamente il fenomeno. Soprattutto per questo, non è
possibile una ripresa economica sostenuta senza un radicale
ripensamento del nostro approccio verso l’immigrazione
di Orlando De Gregorio e Paolo Moroni
Un Paese che non parla più di immigrazione
La pandemia con i suoi quotidiani stravolgimenti ha spostato l’attenzione del
dibattito pubblico dai fenomeni migratori. Gli italiani hanno oggi meno paura di
coloro che arrivano da altri Paesi e sono più spaventati dalla crisi economica,
dalla pandemia e dai cambiamenti climatici (come evidenziato di recente dal
sondaggio realizzato da ISPI-IPSOS).
Non solo: i media italiani hanno parlato molto meno di migranti in questi anni
pandemici, tanto che il Nono rapporto dell’associazione Carta di Roma, che si
occupa di come le migrazioni vengono raccontate nel nostro Paese, s’intitola
“Notizie ai margini”. Secondo alcuni questi dati possono essere letti con
sollievo. Il sociologo dell’Università degli Studi di Urbino Ilvo Diamanti, ad
esempio, sostiene che l’immigrazione non rappresenta più un’emergenza
nella percezione dei cittadini. Sicuramente non costituisce l’emergenza
prioritaria. La pandemia ha sottratto ai migranti “centralità nello spettacolo
della paura, che fa ascolti, sui media”.
Forse dunque, dopo decenni di immigrazione, gli italiani cominciano a
considerare le migrazioni un fatto normale. In fondo, la stessa pandemia ci ha
mostrato paradossalmente quanto sia ormai irreversibilmente globalizzato e
interconnesso il nostro mondo. E spesso sottolinea il professor Allievi, esperto
di sociologia delle migrazioni, è ormai in parte superata perfino la distinzione
tra Paesi d’immigrazione e Paesi d’emigrazione: l’Italia oggi ha circa 5 milioni
di residenti di origine straniera, più o meno quanto sono gli immigrati italiani
nel mondo iscritti all’AIRE. A ciò si aggiunga, come ha dimostrato la
Fondazione Leone Moressa, che gli immigrati nel nostro Paese contribuiscono
a finanziare le casse dello Stato più di quanto usufruiscono di servizi, gli
immigrati infatti sono tendenzialmente giovani (e quindi pesano poco su sanità
e pensioni): il saldo positivo è infatti pari a 600 milioni.
La ripresa che ha bisogno (anche) di lavoratori immigrati
C’è una constatazione da fare e che va a controbilanciare le interpretazioni
più ottimiste: il tema delle migrazioni sembra essere scivolato via anche
dall’agenda politica. L’indebolirsi del populismo avrebbe potuto lasciare spazio
a politiche migratorie più intelligenti, ma ancora poco si sta facendo in questo
senso.
Eppure, con le aspettative di una ripresa economica, crescono anche le
preoccupazioni relative alla carenza di manodopera che caratterizza diversi
settori del mercato del lavoro, in particolare per quanto riguarda le professioni
tecniche. Più osservatori rilevano infatti uno scostamento tra la richiesta di
specifici profili e la disponibilità per gli stessi per le imprese.
Come evidenziato recentemente da Oscar Giannino su “La Repubblica”, non
c’è modo di affrontare un calo annuale medio di 200 mila lavoratori under 50
senza immaginare un cambio di marcia nelle politiche migratorie. Maurizio
Ambrosini, sull’Avvenire, ha invece sottolineato l’importanza dei lavoratori
immigrati per l’economia italiana e in particolare per il settore edile: le imprese
con titolari nati all’estero sono pari al 17,4% del totale e la manodopera è
rappresentata per il 17,6% da lavoratori immigrati. Eppure secondo una stima
dell’Ance, Associazione nazionale dei costruttori edili, per completare le opere
previste dal PNRR mancano oltre 250mila lavoratori.
La debolezza delle politiche e la “svolta” dell’ultimo
Decreto flussi
Anche per queste ragioni, diversi osservatori sostengono che è oggi
necessario un lucido e razionale piano di aumento dei flussi migratori regolari.
Come spiegato recentemente da Claudio Becchetti e Leonardo Becchetti non
si tratta solo di rispondere alle esigenze delle imprese: più lavoratori
significano più PIL, più servizi sociali, più benessere per tutti. Inoltre, il declino
demografico rende insostenibile il sistema pensionistico: anche per questa
ragione è urgente ripensare le politiche migratorie.
Occorre dunque riscattare dall’abbandono le politiche migratorie – come
affermano Ferruccio Pastore e Irene Ponzo del Forum Internazionale ed
Europeo di Ricerche sull’Immigrazione – secondo i quali: “un certo livello di
immigrazione rimane una necessità strutturale. Affidarsi solo alle braccia di
risulta dei richiedenti asilo per l’agricoltura e al «badantato» come stampella di
un welfare inadeguato sono soluzioni a dir poco subottimali, non compatibili
con ambizioni di crescita sostenibile”.
Un segnale positivo sembra rappresentato dal cosiddetto Decreto flussi
approvato a fine del 2021: nel 2022 potranno entrare regolarmente in Italia
69.700 lavoratori stranieri. Da un punto di vista quantitativo ciò rappresenta,
come osservano Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin su lavoce.info, una
svolta rispetto agli ultimi 10 anni: dal 2011 in poi tale numero non era mai
salito oltre i 60.000 mila, e negli ultimi 6 anni era rimasto costante a 30.850.
Nonostante diversi limiti, come quello che il 60% degli ingressi riguarda
lavoratori stagionali, il Decreto rappresenta un tentativo di rispondere al
bisogno dell’economia attraverso una pianificazione ragionata e controllata.
Un decennio di politiche inadeguate?
Facciamo un passo indietro. Cos’è il Decreto flussi? E’ un provvedimento con
il quale il Governo italiano stabilisce ogni anno le quote di ingresso dei
cittadini stranieri non comunitari che possono entrare in Italia per motivi di
lavoro subordinato, autonomo e stagionale. A partire dal 1998, tale decreto ha
rappresentato il principale strumento di pianificazione degli ingressi di
immigrati per motivi di lavoro.
A questo strumento è stato affiancato negli anni quello delle sanatorie che
hanno permesso di regolarizzare la posizione di immigrati presenti
irregolarmente sul territorio italiano. Quella del 2003, per esempio, rimane tra
le più grandi di sempre in Europa, con circa 650 mila persone regolarizzate in
pochi mesi. Da notare che la regolarizzazione a posteriori rappresenta in
qualche modo un’ammissione implicita dell’incapacità di regolamentare gli
ingressi (come spiegato qui da Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin) per
sanare, appunto, un problema evidente.
Continuando nel nostro ragionamento, negli ultimi dieci anni si è ricorso allo
strumento del Decreto flussi in modo molto meno significativo che in passato.
Perché? E da cosa sono state caratterizzate le politiche migratorie dell’ultimo
decennio? Dal 2008, anno di inizio della crisi finanziaria globale, gli ingressi
programmati si sono drasticamente ridotti, arrivando a poche migliaia di
lavoratori stagionali. Negli ultimi anni i principali canali di ingresso in Italia
sono stati i ricongiungimenti familiari e i motivi umanitari. In entrambi i casi, le
domande sono valutate individualmente, senza “quote”.
In sostanza, i bassi numeri dei Decreti flussi degli ultimi anni non dipendevano
da un mancato bisogno di manodopera straniera. E, al contrario, il ridotto
numero di ingressi regolari consentiti dal decreto ha spinto verso l’utilizzo di
“altri” canali di ingresso come sbarchi e visti turistici.
L’accoglienza di richiedenti asilo, luci e ombre
Il picco degli sbarchi che si è verificato tra il 2014 e il 2016 e l’aumento delle
domande di asilo sono state conseguenza, non soltanto dagli stravolgimenti
geopolitici seguiti alle primavere arabe, ma anche dell’affievolirsi
dell’opportunità di ricorrere ad altri canali d’ingresso. Il venir meno della
possibilità di emigrare in Europa per ragioni di lavoro ha di fatto aumentato il
numero delle richieste di asilo, favorendo anche un ricorso improprio a questo
strumento. Nel 2011 circa 60.000 persone sbarcarono sulle coste italiane. Nel
periodo 2014-2017 si registrarono tra i 110.000 e i 180.000 sbarchi l’anno. Il
numero massimo di migranti inseriti nel sistema di accoglienza, fatto registrare
a ottobre 2017, è stato di 191.000 persone (un sintetico ed efficace sintesi di
questi dati si trova qui)
Nella maggioranza dei casi i richiedenti asilo sono stati accolti nel sistema di
accoglienza straordinaria in capo alle prefetture e gestito da attori privati e del
Terzo Settore. Come hanno ben documentato periodici Rapporti di ricerca
curati da Openpolis, il fenomeno presenta caratteristiche molto diverse sul
territorio nazionale: da esempi di buone pratiche integrate nel welfare locale
(sul modello dello SPRAR) a eclatanti e frequenti casi di mala gestione e
speculazione.
I tagli finanziari decisi dal Decreto Salvini (convertito nella legge 132/2018)
hanno avuto come conseguenza quella di sfavorire modalità di gestione
virtuosa che mirassero a promuovere percorsi di inclusione e una buona
convivenza tra popolazione locale e migranti accolti sul territorio. Alcune
significative modifiche sono state apportate dal Decreto Lamorgese, che non
ha però cambiato il sistema di accoglienza straordinaria e il suo stato di
sottofinanziamento.
Ripartire cambiando approccio alle migrazioni
Il filo dei ragionamenti ci porta a dire – come molti altri più autorevoli
osservatori – che occorre ripensare il sistema di accoglienza, garantendo
maggiori risorse e mettendo a sistema le esperienze migliori realizzate sul
territorio. Partendo da alcuni ingredienti fondamentali: la collaborazione tra
attori pubblici locali e attori del terzo radicati nel territorio, governance
multilivello, accoglienza diffusa e integrazione con il welfare locale (si vedano
su questo anche le sette tesi della Rete Nazionale per il Diritto di Asilo).
Tuttavia, buone politiche d’asilo, con annesse misure d’integrazione rivolte ai
richiedenti asilo e titolari di protezione, non bastano per gestire in modo
corretto i flussi migratori. Servono politiche per accogliere e favorire
l’integrazione anche dei cosiddetti migranti economici. Serve cioè costruire
delle politiche che regolino il fenomeno in modo intelligente. Possiamo dire
infatti, sgombrando il terreno dagli equivoci, che non esistono politiche per i
migranti e politiche contro i migranti. Esistono invece buone politiche che
regolano il fenomeno e cattive politiche che incentivano l’irregolarità e il
ricorso improprio ad alcuni canali d’ingresso, a discapito di altri.
Si possono costruire politiche che intendano regolare il fenomeno
promuovendo canali d’ingresso regolari, per lavoro, per ricongiungimento
familiare e per ragioni umanitarie, e politiche fallimentari che creano
irregolarità. La presenza di una pluralità di canali regolari d’ingresso è uno dei
tasselli fondamentali di buone politiche migratorie. A tal proposito, appare
meritoria la campagna e la proposta di legge Ero Straniero che chiede, tra le
altre cose: l’introduzione del permesso di soggiorno per ricerca di lavoro, e la
reintroduzione del sistema dello sponsor (sistema a chiamata diretta).
In conclusione, occorre favorire canali d’ingresso regolari (e dunque
disincentivare l’irregolarità), accanto a ciò occorre rilanciare le politiche
d’integrazione (dalla mediazione culturale al potenziamento dei corsi per
apprendere l’italiano), ricordando che anche queste rappresentano un
beneficio collettivo. Finanziare queste politiche significa infatti finanziare
servizi e competenze dei territori.
Da qui bisognerebbe ricominciare. Occorrerebbe mettere a sistema le buone
pratiche sperimentate a livello locale nelle quali hanno lavorato in sinergia
attori pubblici e del Terzo Settore e rafforzare la capacità di lavorare in rete nei
territori in cui questo avviene con più difficoltà o in modo meno strutturato. Un
tema di cui abbiamo peraltro ampiamente discusso nel Capitolo 11 del Quinto
Rapporto sul secondo welfare, che affronta la questione guardando a buone
pratiche nate proprio negli ultimi anni.

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