Transizione ecologica, 35.000 aziende rischiano di non poter affrontare gli investimenti necessari

Transizione ecologica, 35.000 aziende
rischiano di non poter affrontare gli
investimenti necessari

di Michelle Crisantemi

Sono 35.000 le società italiane che potrebbero non reggere l’urto degli
investimenti necessari a riconvertire i processi di produzione e uniformarsi
agli obiettivi europei di emissioni zero al 2050: è quanto evidenzia l’indagine “Il
rischio di transizione nel sistema produttivo italiano”, condotta da Cerved,
azienda che fornisce servizi di valutazione, gestione e recupero crediti, report
e studi di settore ad aziende e istituti finanziari.
L’indagine ha coinvolto 683.000 società di capitali, che rappresentano circa
l’80% del fatturato totale delle aziende e impiegano 10 milioni di addetti
complessivi.
La transizione è però, al contempo, anche una grande opportunità, con un
potenziale di investimento di 20,6 miliardi di euro per la trasformazione
sostenibile dell’industria del nostro Paese.
La transizione richiederà ingenti investimenti
I processi di riconversione richiederanno infatti ingenti investimenti per circa
57.000 società (l’8,4% del campione) che danno lavoro a 1,3 milioni di addetti
e in cui si concentrano 285 miliardi di euro di debiti finanziari, poco meno del
31% di tutto il sistema delle imprese.
Di queste, 35.000 (il 5% del campione), stando agli score di rischio creditizio e
ai bilanci, non avrebbero i fondamentali necessari per sostenere gli
investimenti senza compromettere il proprio equilibrio finanziario.
“La transizione verso un modello più sostenibile è una straordinaria
opportunità per promuovere un salto tecnologico all’interno del nostro sistema
produttivo, ma implica dei rischi che dobbiamo conoscere e misurare, per
guidare il cambiamento”, commenta Andrea Mignanelli, amministratore
delegato di Cerved.
“Sappiamo che per molte imprese questo passaggio sarà difficile, ma
abbiamo anche stimato un potenziale di investimenti pari a 20,6 miliardi di
euro da parte di 22.000 società con fondamentali sani, in settori che
richiederanno trasformazioni profonde”, aggiunge.
Questo potenziale potrebbe essere ulteriormente rafforzato impiegando in
modo opportuno le risorse del PNRR che, sostiene Mignanelli, “potrebbero
essere usate per supportare processi di riconversione sostenibile di PMI con
difficoltà finanziarie a causa del Covid, ma con prospettive interessanti, in
grado di generare valore nel medio periodo”.
Fondamentale sarà anche il ruolo degli imprenditori, che dovranno misurare i
propri progressi e certificare la sostenibilità della propria azienda con score e
rating ESG, anche per intercettare la grande massa di risorse finanziarie alla
ricerca di target sostenibili.
“L’evoluzione verso modelli pienamente aderenti ai criteri ESG è una strada
obbligata per tutte le PMI italiane. E Cerved, con i servizi dedicati, è al
fianco delle imprese in queste sfide”, spiega Mignanelli.
Il rischio di transizione per le imprese verso un sistema a
emissioni zero
L’indagine di Cerved si basa sulla Tassonomia UE delle attività sostenibili
“incrociata” con un’ampia serie di informazioni aggiuntive legate ai bilanci e
agli score di rischio creditizio e consente di collocare tutte le imprese italiane
in una classe di “rischio di transizione”.
Nella Tassonomia UE le classi di rischio “molto alto” e “alto” comprendono i
settori a maggiori emissioni, che per continuare a operare dovranno
intervenire pesantemente e riconvertire la produzione, o ristrutturare gli
impianti, come quelli legati all’estrazione, lavorazione e commercializzazione
di combustibili fossili (in dismissione), alla produzione di energia elettrica da
fonti non rinnovabili, all’industria pesante, alla filiera agricola.
Sono in tutto 57.498 aziende (di cui 3.948 mila a rischio “molto alto” e 53.550
a rischio “alto”), pari all’8,4% di quelle censite, impiegano circa 1,3 milioni di
dipendenti (il 12,5% del totale) e sono esposte con il sistema creditizio per
oltre 285 miliardi, il 30,8% dei debiti finanziari complessivi.
I settori a rischio “medio” comprendono invece la gran parte delle attività
manifatturiere che, seppur interessate in misura minore dalle nuove regole,
dovranno comunque ridurre l’impatto ambientale attraverso investimenti di
adeguamento: circa 130.000 imprese (il 19,1% del campione), con 2,6 milioni
di addetti (26,1%) e 231 miliardi di debiti finanziari (25%).
Il rischio di transizione per dimensione, settore e area
geografica dell’impresa
La situazione si presenta fortemente differenziata in base al settore, alla
dimensione dell’impresa e al territorio in cui opera: i processi di
trasformazione riguarderanno infatti in primo luogo le società più grandi, che
impiegano più intensamente il capitale fisico, e il Mezzogiorno, specializzato in
settori che richiederanno cambiamenti significativi.
La maggiore presenza di imprese a rischio di transizione alto o molto alto si
registra nell’agricoltura, con l’89,4% di società che dovranno fare
investimenti rilevanti per ridurre le emissioni, seguita dall’energia e dalle utility
(61%). Più basse le quote osservate nell’industria (10,3%) e nei servizi
(5,3%).
Le analisi indicano che l’incidenza di società a rischio alto e molto alto è pari
al 16,5% per le imprese più grandi (con oltre 250 addetti) e scende al
diminuire della dimensione media, fino a toccare il 7,2% tra le micro-aziende
(meno di 10 addetti).
Ancora più alta l’incidenza dei debiti finanziari, che tocca il 37% nella fascia
delle grandi imprese, contro quote tra il 16 e il 20% tra le PMI e le micro.
Nel Mezzogiorno, le attività messe a rischio dalla transizione sono 18.429 (il
10,3%, su una media nazionale dell’8,4%) e coinvolgono circa 322.000
addetti, contro le 13.139 società del Nord-Est (9%), le 13.878 del Nord Ovest
(7%) e le 12.051 del Centro (7,6%).
Le province più colpite
Le province che nei prossimi anni potrebbero subire i maggiori costi della
riconversione produttiva, perché specializzate in attività con elevate emissioni,
sono quasi tutte al Sud: Potenza, dove si concentra l’industria dell’automotive,
e Taranto, su cui pesa la lavorazione dell’acciaio (in entrambe, quasi il 30%
degli addetti opera in settori critici), seguite da Chieti, Campobasso, Avellino,
Frosinone, Livorno, Terni e Aosta, dove la percentuale di lavoratori impiegati
in imprese a rischio transizione alto o molto alto vanno dal 27,7% al 19,3%.
Siracusa è penalizzata dal peso occupazionale dell’industria petrolchimica
(21,3%), mentre Ragusa (22%) e Grosseto (21,1%) figurano ai primi posti nel
comparto agricolo e dell’allevamento.
Molte di queste province potrebbero non disporre di margini di
indebitamento adeguati per investire nella riconversione ecologica degli
impianti produttivi.
I casi più emblematici sono quelli di Potenza, Taranto, Chieti e Campobasso:
le prime due hanno mantenuto stabile il potenziale di investimento dopo la
pandemia, mentre le ultime hanno visto un’ulteriore restrizione delle risorse.
Tra i territori più esposti ve ne sono però alcuni che dispongono di una
capacità di investimento superiore alla media nazionale, come Ragusa e
Crotone.

FONTE – INNOVATION POST

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