ANALISI E COMMENTI – TRA CRISI E SPREAD – All’Italia resta solo la forza del risparmio

TRA CRISI E SPREAD/ All’Italia resta
solo la forza del risparmio

di Ugo Bertone

L’Italia è in una situazione difficile: lo spread è difficile da domare
senza aiuti della Bce e l’inflazione erode i risparmi dei cittadini
Un’altra regola di John Maynard Keynes è stata rispettata in questa rovente
estate anzitempo: nelle stagioni di crisi la moda tende a orientarsi verso il
lusso più sofisticato, come segnalano le ultime tendenze, snobbando il casual.
Più o meno quello che l’economista, colto e update, annotò alla vigilia degli
anni Trenta.
Non è l’unico segnale della recessione in arrivo che, per carità, non sarà
violenta e drammatica come nel ’29, ma dimostra che i mercati guardano con
preoccupazione alla medicina dei tassi in rialzo. Le rassicurazioni delle
banche centrali, Fed in testa, oggi non convincono i mercati, assai perplessi
dopo le comunicazioni dell’ultima settimana. E, come disse Ben Bernanke, il
successo di una manovra di politica monetaria è al 98% frutto di
comunicazione, solo al 2% delle decisioni prese. Ma che altro si poteva e,
soprattutto, si può fare per scongiurare che la frana della finanza non travolga
l’economia?
– L’aumento dei tassi nasce da situazioni diverse sulle due sponde
dell’Atlantico mentre, per il momento, risparmia l’Asia. Negli Usa l’impennata
dell’inflazione è in buona parte da ricondurre agli errori della Casa Bianca cui,
in vista della riconferma, il Repubblicano Jerome Powell si è piegato
raccontando per mesi la favola dell’aumento “transitorio” dei prezzi. In realtà,
buona parte della colpa va attribuita all’enorme liquidità rovesciata sul sistema
nel dopo pandemia che ha innescato l’esplosione della domanda. Oggi si
scopre che, al pari di Lawrence Summers e Olivier Blanchard, anche Janet
Yellen, responsabile del Tesoro, era contraria a misure così generose. Ma alla
fine ha prevalso la volontà politica di far qualcosa per spingere a sinistra i ceti
medi. Con i risultati che vediamo nei sondaggi: Joe Biden oggi è il Presidente
più impopolare dai tempi di Gerald Ford, a metà anni Settanta. Difficile che
possa rimontare la china entro le elezioni di novembre. Contro di lui congiura
l’aumento della benzina e il costo dei finanziamenti alle imprese, balzato al
5,78%, massimo dal 2008.
– Ancor più difficile che le Borse Usa possano risalire la china nei prossimi
mesi. Certo, non mancheranno i minirally, ma guai a farsi illusioni: il costo del
denaro in salita leverà altro ossigeno al comparto tecnologia, la progressiva
frenata dei consumi si rifletterà sugli utili delle Corporations così come
l’avanzata del dollaro peserà sui prossimi conti delle multinazionali che, a
parità di volumi, stanno guadagnando di meno. Le prossime trimestrali, in
uscita dalla fine del mese, saranno decisive: se i profitti trimestrali si
manterranno su livelli elevati, la frenata del Toro sarà breve. Ma se, a partire
dai Big (vedi Amazon, Meta, Netflix o Tesla), la caduta sarà sensibile, saranno
inevitabili nuove correzioni al ribasso.
– Il vento dell’inflazione che soffia negli Stati Uniti non sta risparmiando
nessuno. Perfino la Svizzera, il Paese da sempre meno esposto al carovita,
ha mosso al rialzo il costo del denaro. In questo quadro spicca il caso della
Bce, afflitta dal rischio di frammentazione dei titoli di Stato dell’area. Meno di
una settimana dopo le scelte annunciate da Christine Lagarde è stato
necessario convocare un direttivo straordinario per annunciare che la
banca centrale avrebbe utilizzato in maniera “flessibile” i proventi ricavati dal
piano Pepp. Ovvero che i 200 miliardi circa nelle casse di Francoforte
sarebbero serviti a impedire che lo spread tra i titoli tedeschi e quelli italiani si
impenni oltre la “soglia del dolore” dei 240-250 punti, mettendo a rischio la
sopravvivenza stessa della moneta unica. L’operazione ha avuto esito positivo
perché tutti, a partire dai falchi, hanno risposto all’appello con energia. Ma ora
i mercati aspettano i fatti. Ovvero, è fondamentale che il meccanismo
individuato per frenare lo spread permetta alla Bce di comprare i titoli dei
Paesi più deboli senza fare altrettanto con i Bund. È questa la flessibilità che
può fermare i bond vigilantes, i killer dei mercati pronti a scendere in campo
quando si verificano situazioni anomale.
– Al di là del nodo dello spread, resta il fatto che l’aumento dei tassi, medicina
efficace per gli Usa, ha un effetto assai più limitato sull’Europa: l’inflazione nel
nostro caso non nasce da un eccesso di domanda, bensì da un’esplosione dei
costi provocata dal boom dei prezzi dell’energia e delle altre materie prime,
dalla guerra ucraina nonché dai problemi per la produzione, la logistica e i
servizi che stanno segnando questa fase di passaggio dell’economia globale
in cui l’Europa, tra l’altro, stenta a far valere i propri valori. Il ricatto russo sul
gas è, per ora, l’ultima conferma che vanno cambiati i parametri di riferimento:
siamo in un’economia di guerra, in cui ogni punto percentuale di debito conta
come un proiettile.
– Di qui la necessità per l’Italia di affrontare con urgenza la questione del
debito pubblico che, come ha sottolineato Ignazio Visco, equivale a far
ripartire la crescita utilizzando tutte le risorse a disposizione. Non c’è spazio
per ridurre le tasse, né per puntare sulla ripresa dei consumi interni delle
famiglie, come vorrebbero i partiti già lanciati verso le elezioni. Non ci sono
complotti a Bruxelles o a Berlino. Semmai i nemici sono quelli che, dal catasto
alle spiagge fino alla difesa di esenzioni e provvedimenti ad hoc, impediscono
una riforma fiscale organica che premi il lavoro.
– È una cornice scomoda per la Borsa italiana che pure può vantare discrete
performance dell’industria manifatturiera e sul fronte dei servizi. Ma una spada
di Damocle pesa sulle banche, zavorrate dall’accumulo di titoli pubblici a
fronte dei quali non esiste alcun accantonamento sulla base del principio che
gli Stati non possono fallire. In questi giorni è fallito l’ennesimo negoziato per
dar vita all’Unione Bancaria. In sintesi: o l’Italia accetta di sottoporsi a
strumenti di garanzia (il Mes o altro) oppure non c’è spazio per una vera
integrazione finanziaria che permetta di contrastare l’impennata degli spread.
Una rivoluzione per ora improponibile, anche se prima o poi il Bel Paese
dovrà affrontare il tema del debito.
Non resta che procedere a vista, senza farsi troppe illusioni: non sarà facile
difendere i propri risparmi di fronte all’incubo inflazione. Ma nell’emergenza
spunta l’ennesimo Btp Italia cui i risparmiatori risponderanno con prevedibile
entusiasmo. Sono la nostra forza, usiamola bene.
fonte: SUSSIDIARIO.NET

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