PER SAPERNE DI PIU’ – Tutte le parole della crisi climatica: glossario per capire la Cop 27 (e non solo)

Tutte le parole della crisi climatica: glossario
per capire la Cop27 (e non solo)


Dal net zero ai pozzi di assorbimento del carbonio, dal CCS agli NDC,
dalla mitigazione al Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili.
Ecco un piccolo glossario per ripassare il lessico della crisi climatica, e
capire meglio gli esiti della Cop27
Le parole sono importanti. Cosa resta nel 2022, nel pieno della crisi climatica,
della celebre citazione di Nanni Moretti in Palombella rossa? Forse
l’immutata consapevolezza che per pensare bene, bisogna parlare bene e che
per farlo è necessario conoscere a fondo gli argomenti di cui ci piacerebbe
disquisire o, per lo meno, essere consapevoli del loro significato.
Se gli addetti ai lavori sono ormai consacrati al linguaggio del clima, per
molti altri risulta difficile stare dietro a tutti i termini tecnici che fanno parte del
lessico quotidiano della crisi climatica, con cui viene definito il destino del
Pianeta e degli esseri viventi che lo abitano. Ecco, dunque, un piccolo
glossario, tratto in parte da un lavoro della CNN, che potrà essere utile per
meglio interpretare gli esiti dei negoziati sul clima e avere una visione più
completa e aderente alla realtà dei fatti.
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1,5 gradi
Un obiettivo chiave degli ultimi vertici sul clima, e della lotta al cambiamento
climatico in generale, è mantenere il riscaldamento globale al di sotto di
1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Si tratta di un impegno
che negli anni ha incontrato delle resistenze, soprattutto da parte dei Paesi tra
i maggiori produttori di combustibili fossili, ma gli scienziati hanno messo in
guardia: se questa soglia venisse superata, gli impatti sarebbero ingenti.
I Paesi firmatari dell’Accordo di Parigi nel 2015 sono stati concordi nel limitare
l’aumento delle temperature globali a meno di 2 gradi rispetto ai livelli
preindustriali, ma preferibilmente a 1,5 gradi.
Tuttavia, come ha rilevato l’Emissions gap report messo a punto dal
Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep) e pubblicato a ottobre,
“la finestra di tempo per agire e limitare il riscaldamento globale a 1,5
gradi si sta chiudendo rapidamente”. È necessaria una riduzione del 45%
per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 gradi ma se si
manterranno le politiche attuali, si prevede che l’aumento della
temperatura globale alla fine del secolo sarà di 2,8°C. Per capire la portata di
questi numeri basta considerare che il sesto rapporto di valutazione
dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha stimato la media
decennale per il periodo 2013-2022 a 1,14 [1,02-1,27]° C al di sopra della
linea di base. Dal 2011 al 2020 era 1,09° C.
Leggi anche: COP27. La crisi climatica raccontata coi numeri
Energia rinnovabile
L’energia rinnovabile proviene da fonti che non possono esaurirsi, e il termine
è tipicamente usato per descrivere le fonti energetiche che non producono
emissioni, o ad emissioni molto basse. Gli scienziati hanno dimostrato che,
per evitare che le temperature globali aumentino ulteriormente, è necessario
abbandonare i combustibili fossili e passare alle energie rinnovabili.
Esempi comuni di energia rinnovabile sono l’eolico, il solare e il geotermico.
Le turbine eoliche sfruttano l’energia cinetica del vento e la convertono in
elettricità. Il potenziale del pianeta per la produzione di energia eolica è
elevato, soprattutto nelle zone molto ventose in mare aperto, il cosiddetto
eolico offshore.
L’energia solare o fotovoltaica viene generata convertendo la luce del sole
– la risorsa energetica naturale più abbondante – in elettricità attraverso
pannelli fotovoltaici.
L’energia geotermica consiste nello sfruttare il calore della Terra che si trova
al di sotto del livello della superficie terrestre – da basse profondità fino a vari
chilometri al di sotto della superficie terrestre – per riscaldare case, l’acqua o
generare elettricità.
Sebbene siano stati creati da processi naturali, i combustibili fossili come il
carbone, il gas e il petrolio sono limitati in quanto richiedono milioni di anni per
formarsi nelle profondità del sottosuolo.
Livelli preindustriali
Quando sentiamo parlare di “livelli preindustriali”, citati in precedenza in
riferimento all’innalzamento della temperatura della terra (vedi 1,5°),
solitamente ci si riferisce alla concentrazione media di anidride carbonica
nell’atmosfera prima della rivoluzione industriale, iniziata alla fine del XVIII
secolo.
Si stima che all’epoca i livelli di CO2 fossero di circa 280 parti per milione.
Secondo il report Greenhouse Gas Bulletin, realizzato nel 2021 dalla World
Meteorological Organization in vista della COP27, la concentrazione è salita a
415,7 parti per milione.
Gli scienziati parlano anche di livelli preindustriali per le temperature medie,
utilizzando il periodo 1850-1900 per determinare la temperatura della Terra
prima che l’uomo iniziasse a emettere gas serra in grandi quantità.
Net zero o zero netto
Come spigato dall’Ipcc, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico
promosso dall’Onu, in un focus dedicato, per raggiungere l’obiettivo di
contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5°C, le
emissioni globali di carbonio dovrebbero raggiungere intorno alla metà del
secolo quello che gli esperti definiscono con l’espressione lo “zero netto”. Lo
zero netto o net zero si riferisce all’equilibrio tra la quantità di gas serra
prodotti dalle attività antropiche e la quantità rimossa dall’uomo: dunque
bilanciare le emissioni considerate inevitabili con un assorbimento
equivalente.
Le strategie per la rimozione del carbonio dall’atmosfera si possono dividere
principalmente in due macro-modalità: l’approccio relativo alla gestione e
all’utilizzo del suolo, come il ripristino delle foreste e l’aumento
dell’assorbimento di carbonio da parte del suolo, e l’approccio tecnologico,
come la cattura e lo stoccaggio diretto dell’aria, o la mineralizzazione, che
catturara la CO2 mentre viene emessa e prima che entri nell’atmosfera.
Al concetto di net zero, troppo spesso usato impropriamente da aziende e
Paesi, i movimenti ambientalisti contrappongono il real zero emission, che
implica il lasciare le risorse fossili nel sottosuolo, senza l’illusione di
continuare a produrre con gli stessi ritmi confidando in una successiva
rimozione di CO2 in grado di neutralizzare le emissioni.
Leggi anche: La cattura e stoccaggio di carbonio sta fallendo: lo
dicono i risultati
Emissioni negative
Per evitare quelli che sono gli effetti più disastrosi legati al cambiamento
climatico, gli scienziati affermano che probabilmente non è neppure sufficiente
raggiungere lo zero netto: dobbiamo puntare sulle “emissioni negative”.
Per “emissioni negative” si intende la situazione in cui la quantità di gas
serra rimossa dall’atmosfera è superiore a quella emessa dall’uomo. Per
arrivare a un risultato del genere, secondo la CNN, sarebbe necessario una
significativa revisione delle fonti di energia, “in quanto i Paesi dovrebbero
aumentare rapidamente le energie rinnovabili e fare importanti investimenti
nella rimozione del biossido di carbonio (in inglese Carbon Dioxide Removal,
CDR)”; una tecnologia sulla cui efficacia nel limitare l’aumento della
temperatura di 1.5 C° entro il 2030 vi sono però diversi dubbi.
Leggi anche: La cattura e stoccaggio di carbonio sta fallendo: lo
dicono i risultati
I pozzi di assorbimento del carbonio
I pozzi di assorbimento del carbonio, in inglese carbon sinks, sono dei
elementi presenti nell’ambiente in grado di assorbire fino a un terzo di tutte le
emissioni di CO2 presenti nell’atmosfera.
I pozzi naturali, come le foreste e più in generale la vegetazione,
neutralizzano una parte di CO2 attraverso la fotosintesi. Anche l’oceano è un
importante pozzo di carbonio grazie al fitoplancton e alla sua funzione di
assorbimento dell’anidride carbonica. Secondo gli esperti, la conservazione e
l’espansione dei pozzi naturali, come la foresta Amazzonica, sono
fondamentali per ridurre le emissioni.
È in fase di sperimentazione la creazione di pozzi artificiali di stoccaggio
geologico della CO2, ricavati dai giacimenti esauriti di idrocarburi e dagli
acquiferi salini (corpi idrici profondi), i quali sono ritenuti serbatoi adatti al
confinamento geologico dell’anidride carbonica.
Leggi anche: Da Rio a Sharm el-Sheikh per proteggere le foreste.
Le attiviste del clima raccontano la Cop27
Cattura e stoccaggio del carbonio
La tecnologia per rimuovere e contenere l’anidride carbonica dall’atmosfera è
nota come cattura e stoccaggio del carbonio, in inglese Carbon and Capture
Storage (CCS). Il carbonio viene solitamente catturato alla fonte, direttamente
dal carbone, dal petrolio o dal gas durante la combustione, ma sono in fase di
sviluppo nuove tecnologie per aspirare letteralmente il carbonio dall’aria
nell’ambiente.
In entrambi i casi, il carbonio può essere immagazzinato, di solito in serbatoi
sotterranei o sotto il fondo del mare, in quelli che sono noti come pozzi
artificiali di carbonio. Alcuni scienziati avvertono che potrebbe essere
rischioso iniettare così tanto carbonio nel sottosuolo. Se per alcuni
esperti questa tecnologia è necessaria per ridurre realmente le nostre
emissioni, per altri si tratta di un vero e proprio inganno, come esplicitato
nella lettera aperta che il mondo accademico e ambientalista italiano ha
inviato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e all’allora presidente
del Consiglio Mario Draghi. ”Proporre lo stoccaggio e l’uso della CO2 –
scrivono – rappresenta un alibi straordinario per continuare a produrre
anidride carbonica contribuendo all’attuale trend di crescita esponenziale del
disastro ambientale. E perseverando scelleratamente a privatizzare utili e
socializzare i costi”.
Esistono molti modi per catturare e immagazzinare il carbonio. Eccone alcuni:
La cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica (in inglese Carbon dioxide
capture and storage, CCS) è un processo in cui la CO2 prodotta
dall’industria pesante o dalle centrali elettriche viene raccolta direttamente nel
punto di emissione, compressa e trasportata per lo stoccaggio in formazioni
geologiche profonde.
La cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio (in inglese Carbon capture,
utilization and storage, CCUS) si riferisce alla raccolta di CO2 da fonti
industriali, che viene poi utilizzata per creare prodotti o servizi, come la
produzione di fertilizzanti o nell’industria alimentare e delle bevande (ad
esempio, può essere utilizzata nella birra per renderla frizzante).
La cattura e lo stoccaggio diretto dell’aria (in inglese Direct air capture and
storage, DACS, DAC o DACC) è un processo chimico che rimuove la CO2
direttamente dall’aria per lo stoccaggio. Secondo un rapporto dell’International
Energy Agency (AIE) del giugno 2020, nel mondo sono in funzione 15 impianti
di cattura diretta dell’aria.
Leggi anche: Cattura del carbonio, le tecnologie più diffuse tra
ostacoli e potenzialità
NDC
Il termine NDC (Nationally Determined Contributions) è utilizzato dalle Nazioni
Unite per indicare il piano nazionale di ciascun Paese per ridurre le emissioni
di gas serra. L’accordo di Parigi prevedeva che ogni Paese, al momento
dell’adesione, comunicasse il proprio “contributo determinato a livello
nazionale” con l’obbligo di perseguire le conseguenti misure per la sua
attuazione, mirate a rallentare il riscaldamento globale. Naturalmente ogni
successivo contributo nazionale doveva costituire un avanzamento rispetto
allo sforzo precedente, anche se, come testimonia il report Warming
Projections Global Update, l’ultimo report di Climate Action Tracker (CAT),
finora non è stato sempre così.
Nel 2022, solo 28 Paesi hanno presentato gli aggiornamenti degli NDC,
contrariamente a quanto stabilito dal Patto per il clima di Glasgow,
secondo cui tutti i Paesi avrebbero dovuto rivedere e rafforzare gli obiettivi già
appunto da questo anno, invece che aspettare, come stabilito inizialmente,
cinque anni per il loro rinnovo.
Leggi anche: A che punto siamo con gli impegni sul clima, Paese
per Paese
Finanziamenti per il clima
Più di 10 anni fa, in occasione della COP16 di Cancún, in Messico, i Paesi
sviluppati ha deciso di trasferire denaro ai Paesi in via di sviluppo per aiutarli a
limitare o ridurre le emissioni di gas serra e ad adattarsi alla crisi climatica. È
stato istituito il Fondo verde per il clima (in inglese il Green Climate Fund,
GCF) per facilitare una parte di questo trasferimento, ma i Paesi e i donatori
possono inviare denaro con qualsiasi mezzo. Il denaro, spesso indicato come
“finanziamenti per il clima”, avrebbe dovuto raggiungere i 100 miliardi di
dollari all’anno entro il 2020, impegno ribadito nell’Accordo di Parigi ma
l’obiettivo del 2020 è stato mancato, e colmare la lacuna era, almeno nelle
intenzioni, una delle priorità dei negoziati sul clima in Egitto.
I Paesi in via di sviluppo, in particolare quelli del Sud del mondo che sono più
vulnerabili agli effetti del cambiamento climatico, sostengono che le nazioni
industrializzate sono maggiormente responsabili del cambiamento climatico e
devono dunque offrire maggiori finanziamenti per aiutare i Paesi in via di
sviluppo ad adattarsi e a convertirsi alle energie rinnovabili.
Leggi anche: Cop27, la finanza climatica alla prova dei fatti
Adattamento (climatico)
Adattamento, come spiegato anche dall’Agenzia europea dell’Ambiente,
significa anticipare gli effetti avversi dei cambiamenti climatici e adottare
misure adeguate per prevenire o ridurre al minimo i danni che possono
causare oppure sfruttare le opportunità che possono presentarsi. Esempi di
misure di adattamento sono modifiche infrastrutturali su larga scala, come la
costruzione di barriere per proteggere dall’innalzamento del livello del mare o
sistemi di allarme per le inondazioni, e cambiamenti comportamentali,
come la riduzione degli sprechi alimentari da parte dei singoli. In alcuni luoghi
in cui le precipitazioni stanno diminuendo, piantare varietà di colture resistenti
alla siccità può aiutare a garantire alle comunità cibo a sufficienza.
In sostanza, l’adattamento può essere inteso come il processo di
adeguamento agli effetti attuali e futuri dei cambiamenti climatici.
Leggi anche: Gli impatti della crisi climatica e l’importanza
dell’adattamento nel nuovo report Ipcc
Mitigazione
Per “mitigazione” si intende il modo in cui l’uomo può prevenire, ridurre o
eliminare le emissioni di gas a effetto serra (GES) dall’atmosfera, per
attenuare le conseguenze del cambiamento climatico. La mitigazione si
ottiene riducendo le fonti di questi gas, tramite l’utilizzo più efficiente di
combustibili fossili o mediante l’incremento della quota di energie rinnovabili,
oppure ancora attraverso la creazione di un sistema di mobilità più pulito
oppure potenziandone lo stoccaggio, ad esempio attraverso l’aumento delle
dimensioni delle foreste.
Unabated coal
In questi giorni avreste potuto sentire i leader parlare di porre fine all’uso
dell’unabated coal o unabated coal power, ovvero a quell’energia generata in
impianti a carbone che non hanno un sistema di cattura di CO2, e cioè
che non adottano alcuna misura per limitare la produzione di diossido di
carbonio. Anche se, come abbiamo già spiegato in precedenza, spesso la
pratica di cattura del carbonio crea una scappatoia formale per continuare a
usare fonti fossili.
“Pochissimi impianti a carbone nel mondo utilizzano tecnologie di
abbattimento – scrive la CNN – e la transizione verso le energie rinnovabili
è spesso economicamente più fattibile a lungo termine rispetto all’impiego
di tali tecnologie”.
Veicoli elettrici o EV
Quella della mobilità elettrica è la strada che si sta intraprendendo in molti
Paesi per la riduzione delle emissioni, con la conseguenza di città più vivibili.
In Europa i governi hanno trovato l’accordo sul piano green Fit for 55 che
prevede, tra le altre cose, lo stop definitivo alla vendita di auto e furgoni a
benzina e diesel entro il 2035, per ridurre del 100% le emissioni di CO2 per i
veicoli nuovi. Dunque questo ha aperto ulteriormente la strada all’acquisto di
veicoli elettrici (in inglese Electric Vehicle, EV) e ai PHEV (Plug-in Hybrid
Electric Vehicle), ovvero i veicoli elettrici ibridi plug-in, alimentati per lo più
da una batteria caricata da una fonte elettrica, ma dotati anche di un motore a
combustione interna ibrido che consente di percorrere distanze maggiori.
Leggi anche: Come decarbonizzare i trasporti? Puntare tutto (o
quasi) sull’elettrico
Just transition
Il concetto di just transition o di “transizione giusta” si riferisce all’idea che i
drastici cambiamenti necessari per combattere il cambiamento climatico
debbano essere equi per tutti, dunque orientarsi verso un’economia
sostenibile dal punto di vista ambientale che non lasci indietro i i lavoratori
delle industrie inquinanti, ma li sostenga attraverso mezzi di sussistenza o
generando altre opportunità lavorative.
Leggi anche: Lavoro, l’economia circolare potrebbe creare oltre 250
mila posti a Londra entro il 2030
Biodiversità
La biodiversità si riferisce a tutti i sistemi viventi del Pianeta, sulla terra e nel
mare. In una relazione ONU del 2019, gli scienziati hanno lanciato l’allarme di
estinzione per un milione di specie su un totale stimato di 8 milioni, molte
delle quali rischiano di scomparire nel giro di pochi decenni. Perdere qualsiasi
specie animale o vegetale è una sconfitta per l’umanità, non solo in termini
etici: si traduce in rischi concreti per lo stesso genere umano. La biodiversità
gioca infatti un ruolo fondamentale nel mantenere la salute e la prosperità del
Pianeta e delle persone.
Allo stato attuale, le minacce alla biodiversità sono molteplici: dalla perdita
dell’habitat, dovuta alle modifiche nell’utilizzo del suolo causate da
disboscamento e incendi, monocolture intensive e urbanizzazione, allo
sfruttamento diretto come caccia e pesca, dal cambiamento climatico
all’inquinamento da plastica e pesticidi e alla diffusione di specie esotiche
invasive.
Lo scorso anno, i Paesi del G7 hanno concordato di conservare il 30% delle
terre e dei mari delle loro nazioni per proteggere la biodiversità, un
impegno che hanno riaffermato nel 2022.
Leggi anche: Biodiversità: per salvare dall’estinzione animali e
piante è necessario dire addio all’economia lineare
Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili
Come spiegato dal quotidiano britannico The Guardian, si tratta di una
proposta di trattato per fermare in maniera diretta l’espansione dello
sfruttamento dei combustibili fossili, attraverso l’eliminazione graduale di
carbone, petrolio e gas in favore delle energie rinnovabili.
Il trattato è stato presentato a settembre all’Assemblea generale delle Nazioni
Unite da Vanuatu, un’isola del Pacifico e da Tuvalu, un’altra piccola nazione
insulare del Pacifico, alla Cop27. L’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha
approvata, così come il Vaticano e vari leader religiosi. Tra gli altri sostenitori
figurano anche il Parlamento europeo, 70 città tra cui Londra, Parigi e Los
Angeles e 1.700 ONG.
Attualmente i dati pubblici sulle riserve di combustibili fossili sono molto limitati
ma è in fase di sviluppo un nuovo Registro globale dei combustibili fossili
che fornirà dati standardizzati, completi e aperti sulle riserve di combustibili
fossili. In questo modo i Paesi sapranno quali riserve possiedono gli altri
Paesi, consentendo di portare avanti i negoziati sui tagli. Inoltre,
permetterebbe ai Paesi di essere chiamati a rispondere dei tagli promessi.
“Per 30 anni abbiamo fissato obiettivi di riduzione delle emissioni, ma
l’industria dei combustibili fossili ha continuato a espandere la produzione.
Non c’è un trattato su ciò che i governi possono produrre e dove e, senza un
trattato, non saremo in grado di piegare la curva delle emissioni.”, ha
dichiarato Tzeporah Berman, presidente dell’iniziativa, alla Cop27.
Leggi anche: Tutte bocciate sulla sostenibilità, il report che
inchioda le aziende fossili

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