CURIOSITA’ ED ANALISI – A che serve Tik tok? A rimbambire l’Occidente e disinformare in Cina

A che serve Tik tok? A rimbambire l’Occidente
e disinformare in Cina

di Lorenzo Santucci
La preoccupazione che l’app sia un cavallo di Troia cinese per
influenzare l’Occidente è piuttosto comune. La maggior parte degli
utenti sono giovani e più facili da manipolare attraverso contenuti
ipnotici e senza alcun valore sociale. In Cina, invece, vengono
promossi argomenti scientifici e tecnici, gestiti e censurati dal
partito comunista
TikTok potrebbe essere diverso da come lo conosciamo. Quella che per noi
occidentali è la piattaforma dove girano per lo più brevi video irriverenti, nella
maggior parte dei casi senza un preciso fine, in Cina potrebbe essere lo
strumento per plasmare il cittadino ideale, interessato al bene comune della
società piuttosto che ad allargare la sua fanbase. La differenza, dunque, non
si ferma al nome (in madrepatria si chiama Douyin).
La riflessione emerge anche in un video in cui Andrew Schultz, attore comico
e podcaster newyorkese, afferma come “in Cina l’algoritmo non premia le
persone che fanno stupidi balletti e giocano con il loro cane”. Al contrario,
tende a diffondere ciò che le autorità cinesi vogliono che i cittadini, specie i più
giovani, osservino.
Pertanto, gli utenti cinesi pensano che studiare ingegneria o qualche altra
materia legata alla scienza sia “cool”, così come altre attività che non abbiano
la durata di pochi secondi con l’unico scopo di diventare virali. Il ruolo di
TikTok in Cina, infatti, sembrerebbe quello di formare una coscienza nelle
generazioni più giovani, che devono aspirare a diventare famose non
“twerkando” o con altri balletti virali che non aggiungono granché alla
comunità in cui vivono, ma offrendo qualcosa di realmente utile. In sostanza,
mentre la versione occidentale di TikTok contribuisce ad abbassare il livello
culturale degli utenti, in Cina circolano contenuti che puntano ad arricchirli. La
domanda da porsi, tuttavia, è quanto tutto ciò sia voluto.
Si sa, l’algoritmo è diventato lo specchio delle brame del nostro secolo,
capace di far vedere quello che una persona vuol vedere. Ma l’adattarsi alla
cultura di un Paese è una pratica già riconosciuta da TikTok stesso.
L’approccio localizzato dell’app, creata dalla cinese ByteDance, si basa su
contenuti ad hoc a seconda del luogo, delle leggi e delle usanze di una
determinata zona del mondo. Anche se queste sembrerebbero essere
subordinate alle volontà del governo centrale di Pechino, che utilizzerebbe
l’app come il cavallo di Troia della disinformazione da regalare all’Occidente.
Nel novembre del 2019, l’allora diciassettenne americana Feroza Aziz si è
vista impossibilitata ad entrare sul proprio account TikTok dopo aver
pubblicato un video con cui denunciava la deportazione dei musulmani cinesi
nei campi di detenzione. Il caso divenne emblematico. La ragazza finse un
tutorial su come ottenere ciglia lunghe, per poi chiedere espressamente a chi
la stava guardando di utilizzare il proprio cellulare per documentarsi sulle
condizioni della minoranza uigura.
La necessità di questo diversivo per far passare messaggi scomodi ha fatto
sorgere dubbi, legittimi, sul controllo che ByteDance effettua sugli utenti. La
società si era scusata, considerando il blocco dell’account come frutto di un
errore: a inizio mese, dallo stesso account, era stato pubblicato un video con
Osama bin Laden – giustificato dalla ragazza come un post satirico per
scherzare sulla discriminazione che sentiva sulla sua pelle da giovane
musulmana – e per questo l’account sarebbe stato bloccato, insieme ad altri
2.400 per prevenire “comportamenti dannosi coordinati”.
Anche se la diffusione di materiale terroristico è una buona ragione per
eliminare profili, l’azienda non era riuscita a scrollarsi di dosso il giudizio
negativo. Ancora oggi, in molti la ritengono una “Yes company” al servizio di
Pechino.
Neanche la pubblicazione del suo primo rapporto sulla trasparenza – a tre
anni dal suo arrivo sul mercato – ha permesso all’azienda di ripulire la sua
immagine. L’idea era che, con la pubblicazione, TikTok potesse dimostrare
“come ci impegniamo in modo responsabile con gli enti governativi nei mercati
in cui opera”, aveva scritto il direttore delle politiche pubbliche del social, Eric
Ebenstein. Secondo il rapporto, nei primi sei mesi del 2019 TikTok non
avrebbe ricevuto alcuna richiesta di rimozione o informazioni sui propri iscritti
da parte della Cina.
Curioso che il periodo di analisi si fermi proprio poco prima dello scoppio delle
proteste a Hong Kong. Il governo più interessato alle informazioni sugli utenti
era stato quello indiano con 107 richieste (di cui il 47% accolto dall’azienda),
mentre gli Stati Uniti si sono rivolti all’app per 79 volte (e sono stati
accontentati nell’86% dei casi). ByteDance, inoltre, aveva assicurato che i dati
degli utenti americani rimanevano all’interno degli Stati Uniti e che il check sui
contenuti non era soggetto ad alcun controllo da parte di Pechino. Come, non
è dato conoscerlo.
C’è quindi un cortocircuito piuttosto lampante. ByteDance ha definito TikTok
un luogo dove le persone intendono trascorrere il loro tempo per divertirsi e
non discutere di temi alti, come ad esempio la politica. Questa affermazione è
servita come scudo alle critiche piovute sul social network cinese per non
permettere una diffusione libera dei video sulle proteste di Hong Kong di due
estati fa. Dunque, se da una parte il TikTok cinese propina agli utenti temi
molto più impegnati rispetto a quelli che circolano sulle piattaforme degli
smartphone occidentali, dall’altra questi argomenti devono necessariamente
rispettare la posizione di Pechino.
Coloro che non hanno mai abbassato il dito contro il modus operandi della
piattaforma continuano a ripetere come questa non sia altro che uno
strumento di propaganda del Partito Comunista. Come scriveva il Washington
Post riprendendo le parole di Yaqiu Wang, ricercatore di Human Rights Watch,
Pechino avrebbe completamente ribaltato la narrazione delle proteste ad
Hong Kong proprio servendosi di TikTok. Per il ricercatore, il modo in cui ha
operato il social network in quell’occasione potrebbe essere replicato in altre
situazioni simili anche da altri soggetti.
Anche perché non è chiaro in che modo i contenuti vengano rimossi su
TikTok, in quanto dall’azienda non arrivano quasi mai spiegazioni
chiarificatrici. Quello che sembra è che ci sia una selezione su quello che può
circolare sulla piattaforma e ciò che invece non può essere condiviso. Un
esempio è l’hashtag #antielab, usato per protestare contro la proposta di
legge sull’estradizione di Hong Kong (poi ritirata): mentre su Instagram era
presente in circa 34.000 post, su TikTok la sua presenza si fermava a 11
contenuti che hanno ricevuto appena 3.000 visualizzazioni. Lo stesso era
valso per #HongKongProtests e #HongKongProtestors.
Sulla stessa piattaforma, quindi, convivono due narrazioni differenti: una per
l’Occidente – dove si trova di tutto, ma soprattutto divertimento – e una per la
Cina – dove gli argomenti sono socialmente più utili e interessanti, ma
rimangono sempre temi imposti dall’alto, come se l’algoritmo fosse il governo
centrale. Pechino, così come diffonde in patria contenuti che non intacchino il
suo operato, potrebbe servirsi dell’app per promuoverne altri che
indeboliscono le democrazie. Riuscirci non è complesso, dato che TikTok
sfugge alla regolamentazione a cui, volenti o nolenti, devono in qualche modo
sottostare le altre Big tech. Forse si nasconde proprio qui uno dei segreti del
suo successo.
Secondo i dati forniti dall’azienda, TikTok registra ogni mese 1 miliardo di
utenti attivi, per lo più nel mondo asiatico (63%) e per lo più giovani (il 66% ha
meno di 30 anni, la maggior parte dei quali ha un’età compresa tra i 16 e i 24
anni, contro il solo 4,76% che supera i 35 anni). A solo tre anni dal lancio, i
download su Google Play e App store ammontavano a 2 miliardi: ora sono
arrivati a 3 miliardi, gli stessi di Facebook che tuttavia ha avuto più anni a
disposizione.
Insomma, definirla un’app dominante è un eufemismo. Eppure, se la sua
popolarità era nota alla Generazione Z, quella più anziana in cui rientrano i
legislatori l’ha ignorata per molti anni. Almeno fino a quando non è stata
chiamata in causa dalla Federal Trade Commission, che nel febbraio 2019
l’ha multata per 5,7 milioni di dollari per aver violato la privacy dei minori.
Musical.ly infatti, prima di essere acquistata da TikTok, avrebbe raccolto
nominativi, indirizzi email, immagini e altri dati riferiti ad adolescenti di 13 anni.
Illegalmente, si intende. Kara Swisher, giornalista del New York Times, ha
raccontato di come molti esperti di sicurezza siano preoccupati di come il
governo cinese abbia decine di milioni di telecamere puntate sulle facce di
cittadini americani.
Per cercare di controllare quantomeno i più giovani, lo scorso anno il Garante
della privacy italiano aveva imposto il blocco per tutti quei profili su cui era
impossibile verificare l’età, dopo la tragica morte di una bambina di 9 anni a
Palermo. In quell’occasione ByteDance si accodò alla decisione, promettendo
di registrare solo chi avesse raggiunto la maggior età. Ma, anche in questa
occasione, non è stato chiarito come intende controllare che ciò avvenga
realmente, dato che inserire una data di nascita falsa è un’operazione
piuttosto semplice.
Attirare un pubblico giovane potrebbe essere, d’altronde, un modo per
espandere l’influenza cinese. Come spiegavamo qui, rendere l’app
inaccessibile agli adulti può tornare utile in termini di sorveglianza dei più
piccoli, lasciati soli a navigare. Paradossale però come la campagna –
sacrosanta – per responsabilizzare i vari Facebook, Instagram e Twitter
ponendo dei paletti legislativi non venga mossa anche a TikTok.
L’app ha fatto la sua comparsa negli Stati Uniti poco dopo l’arrivo di Donald
Trump alla Casa Bianca e, c’è da dire, non ha trovato un sostenitore. Ma le
preoccupazioni riguardo una condivisione dei dati dei suoi concittadini con il
governo cinese, si sono fermate alla sola minaccia di bandire il social dal a
meno che le sue attività americane non venissero acquistate da un’azienda a
stelle e strisce. L’accordo fu cercato con Oracle, Walmart, Microsoft, ma non si
è mai concretizzato.
L’unico divieto che l’ex presidente aveva imposto era per i militari, ai quali era
stato vietato scaricare o registrarsi sull’app per una questione di sicurezza
nazionale. Peccato che l’esercito abbia sorvolato e continui ad utilizzarlo per
cercare nuove reclute tra i più giovani. Alla paura di un indottrinamento
cinese, pertanto, Trump non fece corrispondere un’azione concreta, lasciando
la palla nelle mani del suo successore. Che ha aperto una “verifica” tuttora in
corso.
Un tentativo per tranquillizzare Washington lo aveva provato anche lo stesso
capo di TikTok, Alex Zhu. Era il 2019 e aveva ripetuto il solito copione: nessun
controllo da parte di Pechino, nessuna censura per i contenuti sensibili –
tranne quelli che non rispettano le linee guida dell’app – e la promessa di
compiere ulteriori passi in avanti in tema di regolamentazione. Da quel
momento, è una rincorsa continua per cercare di frenare l’espansionismo di
TikTok. Che, come scritto, ha due facce: d’altronde, come si chiede
retoricamente il ragazzo del video sorseggiando la sua birra, “se ti chiami Cina
e hai intenzione di distruggere un altro Paese, non premieresti sull’app i
contenuti più stupidi possibile?”.

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