ANALISI ED APPROFONDIMENTI – GUERRA IN UCRAINA – Fine della globalizzazione? Forse, ma gli effetti del conflitto sono globali …

Fine della globalizzazione? Forse, ma
gli effetti del conflitto sono globali


Comunque finisca questa guerra, ci sarà gente nel mondo che avrà
fame: l’impatto della crisi su economia e classi più deboli sarà avvertito
a lungo in tutto il Pianeta. L’Europa deve avere il coraggio di entrare in
una Nuova era

di Donato Speroni

Per ora sappiamo che non bastano tanti McDonald’s e tante Ikea, si è rivelata
sbagliata l’idea che la progressiva unificazione degli stili di vita e dei simboli
culturali, unita alla travolgente forza dei commerci, avrebbe reso piatto e
pacifico il mondo.
Sul Corriere della Sera, Dario Di Vico prende atto che il sogno di un mondo in
pace, basato sui commerci e sulla omogeneizzazione dei consumi è stato
infranto dalla invasione russa dell’Ucraina. Non solo le sanzioni tagliano fuori i
russi da quei consumi “occidentali” tanto amati dalla classe media, ma tutta la
dinamica conseguente alla guerra porta a un ripiegamento, alla ricerca di
nuove sicurezze negli approvvigionamenti, ove possibile a riportare a casa le
produzioni essenziali perché non ci si fida più gli uni degli altri. In una parola,
a una frammentazione del modello economico.
Il mondo però non può tornare indietro. È diventato più piccolo, più
interconnesso. Se il battito di una farfalla in Brasile può scatenare un tornado
in Texas, come dicono i cultori della teoria del caos, a maggior ragione gli
effetti di una guerra sono avvertiti in tutto il Pianeta, a cominciare dall’impatto
finanziario ed economico.
Il vicedirettore della Repubblica Francesco Guerrera avverte:
Il crac della Russia sarà assordante. Invece delle onde sonore, l’implosione
dirompente e repentina di un Paese ormai alla deriva farà riverberare nel resto
del mondo onde finanziarie, sociali e politiche di portata enorme ma non
ancora quantificabile. (…) I primi a perderci saranno le banche, i fondi e gli
investitori stranieri che avevano scommesso sulla ‘stabilità’ (a Wall Street è
spesso un eufemismo usato da chi ama le dittature) del regime di Putin,
chiudendo entrambi gli occhi sugli abusi perpetrati dai suoi scagnozzi contro
dissidenti, oppositori e Paesi limitrofi. Poco male, diranno in molti, se, come è
successo la settimana scorsa, un gigante dei fondi quale BlackRock deve
ammettere che dei 18 miliardi di dollari che aveva messo in Russia ora ne è
rimasto solo uno. Andiamoci piano con la schadenfreude, però. BlackRock
gestisce fondi altrui, ovvero, le pensioni e i risparmi di milioni di insegnanti,
infermiere, professionisti e così via. Quindi la follia di Putin sta già costando
cara a gente comune che ha fatto ‘l’errore’ di fidarsi degli esperti di finanza.
Se poi guardiamo all’economia reale, gli effetti non sono meno preoccupanti,
come ci segnala l’Economist, con un occhio all’inflazione negli Stati Uniti, ma
anche all’Europa:
In base ai dati diffusi il 10 marzo, l’indice dei prezzi al consumo in America a
febbraio aveva toccato il picco degli ultimi quarant’anni con un 7,9% su base
annua, mentre nell’area euro superava il 5%. Ci si aspettava che l’inflazione si
raffreddasse man mano che i Paesi più ricchi si mettevano alle spalle le
conseguenze della pandemia da Covid 19. Ora il nuovo consenso tra gli
esperti indica che l’inflazione rimarrà scomodamente alta in America, Europa
e anche altrove per tutti i prossimi mesi.
Lo stesso giornale sottolinea che la guerra avrà un impatto particolarmente
pesante sulle forniture alimentari.
La Russia e l’Ucraina incidono per il 29% sulle esportazioni complessive di
frumento. In Ucraina quest’anno non ci sarà semina, mentre l’ostracismo nei
confronti della Russia vorrà dire che pochi si assumeranno il rischio finanziario
e reputazionale di comprare il suo grano. Comunque entrambi i Paesi hanno
bloccato le esportazioni. Ma Russia e Ucraina sono il principale fornitore di
cibo per circa 800 milioni di persone in Africa, Asia e Medio Oriente. I Paesi in
guerra sono anche tra i primi cinque esportatori di molti altri alimenti di base,
dall’orzo ai girasoli. Nel complesso le loro esportazioni di cibo incidono per il
12% sul totale delle calorie scambiate a livello internazionale. La Russia e la
Bielorussia, che pure è sotto sanzioni, sono anche fornitrici di ingredienti critici
per la produzione di fertilizzanti. Comunque finisca la guerra, ci sarà gente nel
mondo che avrà fame.
Tutto questo, prevede sempre l’Economist in un altro articolo, potrà tradursi in
ulteriori forti tensioni geopolitiche. Per milioni di arabi, il pane è il principale
alimento e il suo prezzo è fortemente sussidiato dai governi. L’impennata dei
costi all’origine rende questi sussidi molto più costosi per i bilanci statali, ma è
molto difficile ridurli:
L’aumento dei prezzi del cibo contribuì a innescare nel 2008 – 2009 le rivolte
delle primavere arabe e nel 2019 le proteste che provocarono la caduta di
Omar al Bashir in Sudan. In Marocco la polizia antisommossa è già mobilitata
nelle strade di Rabat.
Ci auguriamo che la guerra finisca presto riaffermando i sacrosanti diritti
dell’Ucraina, ma le conseguenze si sentiranno a lungo e colpiranno soprattutto
i Paesi più deboli. Che fare dunque? Ad “Alta sostenibilità”, la rubrica
dell’ASviS su Radio radicale, nella puntata del 14 dedicata appunto a guerra e
situazione alimentare, si è parlato della necessità di un patto agricolo tra Italia
e NordAfrica. È certamente necessario irrobustire la rete delle intese per
evitare le conseguenze più drammatiche dell’attuale situazione sul resto del
mondo.
In un suo “assessment” diffuso il 17, l’Ocse ha individuato tre conseguenze
economiche e sociali della guerra particolarmente critiche: la grande ondata
dei rifugiati da accogliere, l’impatto negativo su crescita economica e
inflazione, l’aumento dei prezzi dell’energia e del cibo che colpisce in
particolare i più poveri: un mix difficile da gestire, perché un aumento dei
trasferimenti a carico dei bilanci pubblici per rifugiati e fasce più deboli
potrebbe avere ulteriori effetti inflazionistici. Tuttavia,
l’Ocse stima che misure di bilancio ben mirate, pari allo 0,5% del Pil,
potrebbero mitigare sostanzialmente l’impatto economico della crisi senza
provocare significativi aumenti di inflazione.
L’Ocse nelle sue analisi guarda soprattutto al quadro delle economie più
sviluppate, che in buona parte sono quelle associate all’organizzazione di
Parigi. La ricetta che propone è un pronto intervento immediato, per
incoraggiare i governi a spendere il necessario senza temere gli aumenti dei
prezzi, ma è evidente che a più lungo termine si deve ragionare su un nuovo
quadro geopolitico, con nuove responsabilità per l’insieme dei Paesi che
siamo tornati a vedere in un quadro coeso e a chiamare “l’Occidente” e in
particolare per l’Europa.
Poco dopo l’inizio delle ostilità in Ucraina, è stato pubblicato il rapporto voluto
dal commissario Paolo Gentiloni sugli scenari post Covid dell’Unione
europea. Si tratta di un documento molto ricco, ma le sue raccomandazioni si
possono riassumere così: l’Europa deve evitare la disgregazione, e non può
rifugiarsi nel business as usual. Per affrontare le sfide della “triplice
transizione” e cioè cambiamento climatico, digitalizzazione, contenimento
delle disuguaglianze, deve instaurare una Nuova era di integrazione e
progettualità, proseguendo con coraggio sulla strada già intrapresa con il
Green deal e con il Next generation Eu. Il rapporto cita il New deal, gli accordi
di Bretton woods, il Piano Marshall, momenti di grande visione che hanno
cambiato le sorti delle principali economie con effetti su tutto il mondo. Il
documento è stato redatto prima dello scoppio delle ostilità ma, come hanno
scritto all’ultimo momento gli estensori, i fatti di questi giorni ne rendono
ancora più stringenti le raccomandazioni. L’Europa saprà davvero rispondere
a questa sfida o si ripiegherà in ricette parziali e insostenibili?
Editoriale di: ASVIS

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