ANALISI E DISCUSSIONI – In questo mare tempestoso, i valori dell’Agenda 2030 sono la nostra scialuppa

In questo mare tempestoso, i valori
dell’Agenda 2030 sono la nostra
scialuppa


La situazione mondiale è peggiorata nei sette anni dalla firma del
documento Onu e anche le previsioni per il futuro volgono al peggio. In
attesa che la tecnologia ci regali soluzioni miracolose, dobbiamo
contare sulle persone.
di Donato Speroni
Si chiama Hail Mary pass, il “passaggio dell’Avemaria”. Nel football
americano, è un lancio molto lungo in avanti, con scarsissime possibilità di
successo. Insomma, una mossa disperata quando chi controlla la palla ovale
sta per essere atterrato dagli avversari. L’espressione è uscita ormai dagli
stadi e John Thornhill, Innovation editor del Financial times, la usa per
commentare il nuovo libro dell’economista Nouriel Roubini: “Megathreats:
The Ten Trends That Imperil Our Future, and How to Survive Them”. Roubini
è stato tra i pochi a prevedere la crisi del 2008, insomma è uno da prendere
sul serio quando parla di futuro; il fatto che sostituisca il termine Megatrends,
creato quarant’anni fa da John Naisbitt e ormai di uso comune, con
Megathreats, cioè “Megaminacce” non è certo rassicurante.
In sostanza, Roubini sostiene che il mondo, grazie anche ai bassissimi tassi
d’interesse degli anni passati, ha superato il limite di gestibilità
dell’indebitamento globale: quasi impossibile evitare A Great Stagflation
Debt Crisis (maiuscole dell’autore), cioè la Grande Crisi da Debito e
Stagflazione. Comunque se ne voglia uscire, che sia con allungamenti delle
scadenze del debito, con nuove tasse o altro, saranno in ogni caso ricette
dolorose.
Nell’elenco dei suoi Megathreats, Roubini aggiunge le conseguenze
dell’intelligenza artificiale che fa strage di colletti bianchi:
Non vedo un futuro felice, nel quale l’automazione rimpiazza i posti che
elimina con nuove occasioni di lavoro. Questa rivoluzione sembra terminale.
Ancora: il rischio di guerra tra Stati uniti e Cina; e ovviamente la crisi
climatica
Tutte le ipotesi di soluzione che hanno una qualche possibilità di far fronte alle
dimensioni di questo problema (per esempio le tasse sulle emissioni di
carbonio o la sua cattura direttamente dall’atmosfera) sono politicamente
impossibili o proibitivamente costose.
Sembra che non ci sia molto da fare, per impedire queste catastrofi. Thornhill
nota che Roubini dedica solo sette paginette del suo volume alla “utopia di un
futuro sostenibile”. Insomma, la situazione è quasi disperata, per salvarci
serve un “passaggio dell’Avemaria”, che Roubini individua in un salto
tecnologico: solo l’innovazione può aumentare la produttività e consentire di
generare in modo sostenibile abbastanza ricchezza per evitare che buona
parte dell’umanità rimanga indietro, solo con nuove scoperte riusciremo
davvero a combattere la crisi climatica. Una di queste scoperte potrebbe
essere la fusione nucleare, la tanto sognata “energia delle stelle” che non
inquina e risolverebbe molti nostri problemi. Ma Thornhill fa realisticamente
notare che per un suo effettivo impiego servono ancora alcuni decenni di
ricerca e di lavoro.
Nel frattempo, l’umanità dovrà fare i conti con tutti i Megathreats individuati
dall’economista turco–americano (ma anche con laurea alla Bocconi). E non
si può dire che siamo messi bene. Rispetto alla situazione del mondo nel
settembre 2015, quando 193 Paesi firmarono al Palazzo di vetro l’Agenda
2030, ci sono stati progressi su punti specifici, anche importanti, ma nel
complesso la situazione è molto peggiorata soprattutto sulle questioni che
attengono al rispetto dei diritti e alla conflittualità tra le nazioni e all’interno
di esse.
Viviamo con grande preoccupazione il conflitto scatenato in Ucraina e il rischio
che porti a una escalation nucleare, ma anche prima dell’aggressione russa il
mondo non era certo in pace. Tra le tante guerre dimenticate ricordiamone
una sola: lo Yemen. Come scrive Paolo Lepri sul Corriere della Sera,
fino a oggi il conflitto ha provocato oltre 150mila vittime e costretto milioni di
persone a fuggire dai luoghi dove abitavano. Due terzi della popolazione
necessita di assistenza alimentare. Un milione di bambini sono gravemente
malnutriti e uno di loro muore ogni 10 minuti a causa di malattie che
potrebbero essere prevenute.
Ora in Yemen è in atto un faticoso armistizio, speriamo che duri, così come
speriamo che si trovi un compromesso per la guerra interna all’Etiopia con le
popolazioni del Tigray e per la sessantina di altri conflitti combattuti o latenti in
giro per il mondo. Ma le minacce si accumulano, vengono dagli Stati falliti
come la Somalia e purtroppo il Libano, dal conflitto endemico con
l’estremismo islamico che ormai avvelena gran parte dell’area sub sahariana,
dai grandi movimenti di popolazione provocati dai cambiamenti climatici.
Persino Stati a noi vicini e che godevano di una relativa stabilità oggi sono
diventati una minaccia: è il caso della Tunisia, dove almeno sette degli attuali
12 milioni di abitanti vorrebbero fuggire dal Paese. Altre minacce provengono
da involuzioni negli Stati democratici: la vittoria dell’estrema destra
integralista in Israele certamente aumenterà le tensioni con la popolazione
araba all’interno del Paese e nei territori occupati.
A chi, di fronte a una situazione così deteriorata, ci chiedeva qual era ancora
la validità dell’Agenda 2030 e dei suoi Obiettivi di sviluppo sostenibile,
abbiamo sempre risposto che pur non essendo in grado di dare una risposta
complessiva alle sfide da affrontare, l’Agenda era una bussola per muoverci
verso il futuro. Oggi sono tentato di cambiare e rafforzare la metafora e dire
che l’Agenda è una scialuppa, l’unica rimasta a galla in questo mare
tempestoso che ha fatto affondare la nave del multilateralismo, il solo fragile
vascello che può tenere insieme i Paesi del mondo in una serie di impegni
comuni. La lotta per gli Obiettivi, come si è visto nella grande mobilitazione in
occasione del nostro Festival, è un modo di unire e mobilitare le persone, di
dare forza alle battaglie per un futuro migliore.
Ci sono anche elementi di speranza. La vittoria di Lula da Silva in Brasile
può salvare l’Amazzonia dalla ferocia antiambientalista di Bolsonaro. La lotta
delle giovani (e dei giovani) iraniane potrebbe finalmente rovesciare il regime
oscurantista degli ayatollah, anche se a costo di molto sangue. La crescente
preoccupazione per la situazione climatica potrebbe portare a qualche intesa
importante alla prossima Cop 27 di Sharm El-Sheikh, nonostante la modestia
delle attese. Segnaliamo a questo proposito che da lunedì pubblicheremo
ogni giorno una scheda riepilogativa su quanto avviene a Sharm El-Sheikh, a
cura del coordinatore del Gruppo di lavoro ASviS su Energia e clima (Goal 7 e
13) Toni Federico, che ha già avviato la
pubblicazione di una serie di approfondimenti sulla Cop 27 sul sito del
Comitato scientifico , di cui è responsabile, della Fondazione per lo sviluppo
sostenibile.
In Italia, una grande manifestazione popolare scenderà in campo domani per
chiedere pace. C’è stato qualche tentativo di strumentalizzazione e qualche
ambiguità sul percorso per arrivare alla fine del conflitto in Ucraina, percorso
ribadito con chiarezza dal presidente Sergio Mattarella nel suo discorso alla
vigilia della celebrazione della festa delle Forze armate:
la guerra scatenata dalla Federazione russa contro l’Ucraina sta riportando
indietro di un secolo l’orologio della storia. Non possiamo arrenderci a questa
deriva. Da qui il sostegno senza riserve a Kiev.
La manifestazione è comunque importante, la richiesta di pace molto forte nel
Paese, le adesioni particolarmente significative. Tra queste, i presidenti
dell’ASviS Marcella Mallen e Pierluigi Stefanini, a titolo personale.
L’ASviS del resto ha ottimi titoli per parlare di pace, perché i suoi gruppi di
lavoro si confrontano da tempo su questo tema. Come ha ricordato di recente,
nel Quaderno “Fratelli Tutti alla luce dell’Obiettivo 16 dell’Agenda 2030
dell’Onu”, in cui sono esaminati i principali punti di convergenza tra l’Enciclica
e i temi relativi al Goal 16, la centralità della pace e della democrazia
rappresentano una leva abilitante per lo sviluppo sostenibile, così come
l’importanza dei diritti, della giustizia, dell’equità e delle politiche di
integrazione danno sostanza alla convivenza pacifica tra popoli nel quadro di
una governance solida e multilaterale che metta al centro il benessere diffuso
tra i popoli e il valore di una cultura globale che sia aperta e inclusiva.
L’Alleanza ha inoltre dedicato l’ASviS Live che si è svolto nell’ambito del
Salone del Libro al futuro del multilateralismo, del ruolo dell’Onu e dell’Europa
e del processo di costruzione globale della pace. L’appuntamento ha offerto
l’occasione per riflettere sulla crisi alimentata dalla guerra in Ucraina, che ha
rappresentato una drammatica battuta d’arresto per l’azione multilaterale,
evidenziando la necessità di migliorare il funzionamento delle grandi istituzioni
internazionali.
Anche nel corso dell’ultima edizione del Festival dello Sviluppo Sostenibile,
in diversi eventi si è parlato di pace e multilateralismo come precondizioni per
una sostenibilità integrata del nostro pianeta.
Concludo con una annotazione lessicale. Al nuovo governo evidentemente
certe parole non piacciono. Già avevamo sottolineato la cancellazione di
“Transizione ecologica” dal nome del ministero che cambierà nome in
Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica. Ora un decreto ha
cancellato la denominazione “Infrastrutture e mobilità sostenibili”
riportando quel ministero alla vecchia denominazione di Infrastrutture e
trasporti. Dunque, oltre a Paese sostituito da Nazione (e ci può stare, a
condizione di ricordare ogni tanto che questa Nazione è una Repubblica
democratica fondata sul lavoro), i nuovi governanti cancellano i termini legati
all’ambientalismo che considerano “radicale”: ecologia (o transizione
ecologica), sostenibilità. C’è però una parola che non possono cancellare
dal loro lessico: “futuro”. Non solo per riempirsene la bocca come fanno
tanti politici di tutti gli schieramenti, ma perché devono esprimere una credibile
visione di medio e lungo termine, necessaria per ottenere risultati importanti
nell’arco della prossima legislatura. In una breve conversazione su
futuranetwork pongo questo problema su tre questioni dirimenti: adattamento
ai cambiamenti climatici, natalità e crisi demografica, tempi e modi della
decarbonizzazione. Chiedo scusa per l’autocitazione, ma davvero si tratta di
temi sui quali un governo, qualsiasi governo che intenda durare per una
legislatura, deve dare risposte chiare sulle quali confrontarsi costruttivamente.
Editoriale a cura di: ASVISS

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