ANALISI E COMMENTI – La specie umana si estinguerà come i dinosauri? L’asteroide potremmo essere noi ……

La specie umana si estinguerà come i
dinosauri? L’asteroide potremmo
essere noi


Dal caldo torrido generato dal cambiamento climatico alla scottante crisi
politica: è ora di scegliere quale rotta prendere per salvare il nostro
futuro. Giusta transizione ecologica sia un tema chiave nella campagna
elettorale.
di Flavia Belladonna
“La storia siamo noi. Siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da
perdere”, canta De Gregori. Una canzone per ricordarci che siamo noi esseri
umani, con le nostre azioni, a fare la storia. Viene da chiedersi qual è la storia
che stiamo scrivendo, di fronte a un Pianeta che va in fiamme, che si sta
sgretolando sotto ai nostri piedi mettendo in pericolo le condizioni stesse per
la sopravvivenza umana. Non ce ne stiamo ancora accorgendo (o non
vogliamo accorgercene), eppure il grido della Terra è davanti ai nostri occhi,
ancor più che l’Italia rappresenta in Europa un “hotspot” per il
cambiamento climatico.
1.422 sono gli incendi che hanno colpito il nostro Paese nel 2021, il maggior
numero in Europa. +48,8 c° è la temperatura massima record registrata a
Siracusa nello stesso anno, il valore più alto raggiunto nel continente dal

  1. 19% è la riduzione negli ultimi 30 anni della disponibilità della risorsa
    idrica nazionale rispetto al valore storico di riferimento (1921-1950). Un
    danno per l’ambiente, ma anche per l’economia e le persone.
    Il caldo torrido, lo sconvolgente crollo del ghiacciaio della Marmolada,
    l’aumento dei prezzi della benzina, i nuovi virus che fanno capolino sono sulla
    bocca di tutti, perché ci toccano da vicino. Eppure il cambiamento climatico
    viene ancora negato da una fetta della popolazione, perché “tanto ha sempre
    fatto caldo d’estate” e perché “morire sotto al ghiacciaio è solo una sfortuna”.
    Eppure ne siamo consapevoli, ma le nostre abitudini fatichiamo a cambiarle.
    Eppure il cambiamento climatico non sembra ancora essere una priorità
    nei programmi elettorali.
    Daniela Fassini, in un articolo su Avvenire dal titolo “La priorità irrimandabile”,
    segnala:
    C’è il Pnrr. La manovra finanziaria per il 2023 in autunno. La riforma della
    legge sulla cittadinanza chiamata Ius scholae. La fatica di fare impresa e di
    lavorare. E persino l’uso della cannabis… Solo il clima non sembra essere,
    nonostante lo choc tragico della Marmolada, tra le vere priorità di chi governa.
    Anche in questa estate 2022, nel pieno dell’ondata rovente che miete morti in
    tutta Europa. Anche davanti ai fiumi in secca, ai raccolti a rischio, ai ghiacciai
    che si ritirano, a una natura che si ribella e diventa teatro di fenomeni estremi
    che travolgono tutto e tutti… Già, non c’è mai la parola ‘clima’ in cima ai
    pensieri e alle condivise preoccupazioni di chi deve articolare norme per
    gestire un’emergenza che non è più emergenza ma una nuova normalità a cui
    dobbiamo adattarci, ma non rassegnarci senza agire.
    E invece, se la storia siamo noi, e non vogliamo uscirne perdenti, la
    transizione ecologica deve essere il tema chiave di questa campagna
    elettorale. Deve esserlo perché la necessità di scelte su rigassificatori,
    soluzioni alla dipendenza dal gas russo, gestione dei migranti climatici,
    nucleare e via dicendo, sarà sempre più urgente; perché il caldo via via più
    torrido renderà invivibili alcune aree del Pianeta (anche la nostra?), spingendo
    un numero crescente di persone a emigrare; perché lo sterminio delle specie
    terrestri sarà sempre più reale. Ora la strage interessa principalmente la
    fauna: un milione di specie sono a rischio di estinzione e, se le emissioni di
    gas serra continueranno ad aumentare, si prevede che un terzo di tutte le
    creature marine scomparirà, “cuocendo nei propri stessi habitat”; ma, come
    evidenziato in un nostro recente articolo sull’ultima plenaria dell’Ipbes (l’ente
    scientifico a supporto delle Conferenze sulla diversità biologica dell’Onu), i
    benefici offerti dai servizi ecosistemici supportano in maniera diretta la vita di
    almeno metà popolazione mondiale e interessano la sopravvivenza del 70%
    delle popolazioni povere. Inoltre, le ondate di calore, la carenza di acqua e
    cibo a causa della siccità, fenomeni irreversibili che potranno aggravarsi,
    uccidono le persone. Non è forse in gioco la sopravvivenza della nostra
    specie?
    I dinosauri, «rockstar» del passato terrestre, sono scomparsi perché non
    hanno saputo adattarsi alla rivoluzione climatica provocata dalla caduta di un
    enorme asteroide. Sulle nostre teste non sta cadendo, né minaccia di farlo,
    alcun oggetto cosmico. Ma come quegli antichi giganti, anche noi rischiamo di
    giocarci la sopravvivenza di specie se non sapremo da un lato frenare il
    riscaldamento globale in corso e, dall’altro, adeguarci a essi.
    È quanto spiega Federico Fanti, geologo e paleontologo all’Università di
    Bologna, in una intervista a cura di Daniela Mattalia.
    In che modo si può sfuggire ai problemi causati dalle rivoluzioni climatiche?
    «Esiste una legge non scritta: ogni volta che sulla Terra si verifica un grande
    cambiamento, le opzioni sono tre: estinguersi, spostarsi o adattarsi. La prima
    opzione non è auspicabile, anche se tante specie animali si stanno già
    estinguendo; e molte altre, comprese la specie umana, hanno iniziato a
    spostarsi».
    La terza ipotesi è adattarsi. Quello che stiamo facendo…
    «No, attenzione. Noi umani siamo la specie meno adattabile che esista.
    Eppure ci siamo adattati, in passato, a climi diversissimi tra loro, dall’Africa al
    Polo nord. In passato sì, ma ci abbiamo impiegato migliaia di anni, non una
    manciata di anni come ora. Negli ultimi tempi, comunque, non ci siamo
    adattati a niente, abbiamo semplicemente modificato l’ambiente che ci
    circonda, con confort e tecnologie di vario genere: vestiti e termosifoni per
    proteggerci dal freddo, condizionatori contro il caldo. Noi stiamo vivendo
    adesso qualcosa di incredibilmente più rapido di quanto gli adattamenti
    necessitano. Il cambiamento di per sé parte del nostro codice genetico ma ci
    vuole il tempo giusto. Oggi abbiamo innescato processi che vanno più veloci
    dei nostri adattamenti naturali».
    Ma allora, la domanda che viene da porsi è: dunque tutto è perduto, o
    esiste un modo per uscire da questa storia vincenti?
    In primo luogo, bisogna cambiare mentalità per cambiare i modelli di
    consumo. Occorre superare gli atteggiamenti psicologici che ci impediscono
    di muoverci con efficacia contro la crisi climatica, affrontando la cosiddetta
    “umiliazione ecologica” (ne abbiamo parlato in questo editoriale), ovvero la
    scoperta che non possiamo più vivere e consumare come vogliamo.
    La svolta ecologica è una delle più grandi trasformazioni nella storia
    dell’umanità. Ma d’altra parte, questa umanità non è mai stata così esperta,
    così potente, così interconnessa come oggi. I presupposti ci sono, il problema
    non è né scientifico né tecnico, ma puramente mentale. Quindi non dovete
    semplicemente sopportare la quarta umiliazione. Si può fare qualcosa, il che è
    piuttosto confortante. E pieno di dignità.
    Anche quando siamo consapevoli che non possiamo più consumare oltre i
    limiti del pianeta, mettere in campo delle azioni concrete può risultare difficile,
    come mai? Valentina Rizzoli, psicologa sociale all’Università La Sapienza, ha
    risposto alla domanda durante una puntata di Alta sostenibilità su Radio
    Radicale. “Fatichiamo a capire quali azioni individuali siano realmente efficaci
    a contrastare il riscaldamento globale”, perché “è difficile vedere che le nostre
    azioni quotidiane sono collegate a queste conseguenze”, non agiamo quindi
    perché l’impatto delle nostre azioni non è diretto. Sforzarci di assumere un
    atteggiamento mentale “ecologico” è il primo passo.
    In secondo luogo, la rotta del nuovo governo dovrà necessariamente
    essere quella della sostenibilità e della collaborazione. Il 25 settembre,
    data delle elezioni, coinciderà con l’anniversario dell’Agenda Onu 2030 per lo
    sviluppo sostenibile; l’auspicio dell’ASviS è che il Piano globale possa
    rappresentare per la prossima legislatura la bussola da seguire. Le politiche
    dovranno essere imperniate sulle giuste transizioni verde e digitale, soluzioni
    che appaiono “scomode” ai più, ma che possono portarci verso un mondo
    migliore.
    Tim Wu, il consulente della Casa Bianca per la tecnologia, parla di “tirannia
    della comodità”, quella che ci fa dimenticare la soddisfazione di realizzare
    qualcosa di difficile e lento. Riccardo Luna, in un articolo su La Repubblica,
    afferma:
    I negazionisti del clima partono da una posizione di indubbio vantaggio: ci
    dicono quello che vorremmo sentirci dire. Sono quelli che davanti ad ogni
    scadenza – come il bando delle auto a benzina a partire dal 2035 – invocano
    un rinvio come se potessimo rinviare anche gli uragani che un pianeta più
    caldo comporta. Sono quelli che ci invitano a cedere a quella che Tim Wu, il
    consulente della Casa Bianca per la tecnologia, recentemente ha definito “la
    tirannia della comodità”. Non cambiamo nulla e se il popolo ha caldo, che
    accenda l’aria condizionata…
    Dall’altra parte c’è un mondo nuovo. Libero da un’altra tirannia, quella dei
    combustibili fossili; e dalla plastica. Un mondo alimentato da energie
    rinnovabili e con un rapporto più sano, rispettoso, con le risorse del pianeta.
    Che non vanno sprecate, ma ove possibile, riciclate, riutilizzate. Un tempo
    questa visione veniva bollata come portatrice di povertà diffusa, l’ambiente era
    visto come antitetico all’occupazione e alla crescita economica. Ma non è più
    così. Oggi abbiamo le tecnologie e le risorse per cambiare tutto, provare a
    frenare il riscaldamento globale e creare una società più giusta.
    Spetta ai partiti saper tradurre questa visione in scelte concrete. E spetterà a
    noi elettori il 25 settembre dire chiaramente da che parte stiamo: vogliamo
    vivere ancora nella “tirannia della comodità” o abbiamo il coraggio di provare
    a creare un mondo migliore?
    La rotta del nuovo governo dovrà anche avere una chiara visione del futuro
    ed essere saldamente ancorata agli obiettivi globali ed europei di
    sviluppo sostenibile. In un articolo a firma di Romano Prodi, su Il
    Messaggero, si legge:
    La continuità della politica di cooperazione europea è invece una condizione
    necessaria per il futuro del nostro paese e l’ipotesi che ci si possa discostare
    dagli impegni assunti è vista come il pericolo maggiore per la solidità dell’euro.
    Ne deriva prima di tutto la necessità di impegnare i partiti che in precedenza
    appoggiavano il governo a procedere, per le settimane nelle quali l’attuale
    governo sarà ancora in vita, ad un compromesso volto a tenere fede agli
    accordi presi in precedenza, con la consapevolezza che il PNRR non è un
    bancomat da cui si può attingere in modo indefinito e senza condizioni.
    Questo impegno è oggi di grande importanza, ma vale fino a che rimane in
    carica l’attuale governo.
    Molto più importante è l’obiettivo di dare vita a un parlamento e a un governo
    che, per la prossima legislatura, possano giocare un’attiva collaborazione con
    gli altri grandi paesi europei e con gli organismi dell’UE.
    Insieme all’Unione europea, anche il ruolo delle organizzazioni multilaterali
    è fondamentale per seguire un indirizzo comune verso la sostenibilità. Proprio
    ieri, 28 luglio, ad esempio, l’Assemblea generale delle Nazioni unite ha
    adottato una risoluzione storica che riconosce, per la prima volta, che tutti e
    tutte hanno il diritto umano di vivere in un ambiente pulito, sano e
    sostenibile.
    Infine, le nostre ultime speranze risiedono nei giovani e in coloro che si
    battono per un futuro migliore. Il 22 e il 23 luglio si è tenuto il Climbing for
    climate, importante incontro per il clima sui ghiacciai del Monte Bianco
    promosso dalla Rete delle università per lo sviluppo sostenibile (Rus) e
    dal Club alpino italiano (Cai), che ha riunito rettori, delegati e autorità
    rappresentative per lanciare un appello per il potenziamento del contrasto alla
    crisi climatica ed ecologica. All’evento centrale seguiranno altri incontri diffusi
    sul territorio nazionale in autunno che faranno parte dei “compagni di viaggio”
    del Festival dello Sviluppo Sostenibile, la manifestazione nazionale sulla
    sostenibilità che dal 4 al 20 ottobre riunirà in un’unica grande mobilitazione
    cittadini e cittadine, imprese, scuole, università e tutti i soggetti della società
    civile impegnati nella costruzione di un futuro più sostenibile e che in questa
    edizione, in occasione anche dell’anno europeo dei giovani, darà particolare
    spazio alle nuove generazioni. In questi giorni, a Torino, si sta chiudendo
    anche una grande mobilitazione di giovani avviata il 25 luglio: si tratta del
    Climate social camp, un raduno di 450 delegati di Fridays for future da 45
    Paesi e oltre un migliaio di giovani arrivati in tenda da ogni parte del mondo
    per discutere di sfide climatiche e lavoro, energia, migrazioni, acqua e cibo,
    oltre a condividere momenti musicali e creativi.
    I giovani e coloro che sono impegnati per la sostenibilità possono dare un
    importante contributo di idee, proporre soluzioni e richiamare i politici alle loro
    responsabilità. Ciò che dà impulso alla “generazione green” è soprattutto la
    cosiddetta “eco-ansia”, ovvero la sensazione che le basi ecologiche
    dell’esistenza siano in procinto di crollare. In una indagine diffusa su The
    Lancet e riportata in un articolo di Giorgia Serughetti su Domani, è emerso
    che il 59% dei 10mila rispondenti (ragazze e ragazzi da 10 Paesi d’età tra i 16
    e i 25 anni) è molto o estremamente preoccupato e un 84% è ansioso di
    fronte al cambiamento climatico. Tra le emozioni più diffuse ci sono tristezza,
    ansia, rabbia, impotenza e senso di colpa, ma anche angoscia acuita dalla
    percezione di inerzia e inadeguatezza dei governi del mondo, a cui questi
    giovani chiedono responsabilità.
    La generazione che oggi si affaccia alla vita adulta è forse la prima ad
    avvertire un’angoscia di tipo non cosmologico, bensì fondata sulla
    comprensione del tutto razionale dei processi in corso nell’Antropocene, sulla
    conoscenza scientifica degli effetti dell’intervento umano che possono
    condurre la nostra specie (e molte altre) all’estinzione.
    Oggi, una simile paura appare non più un’aspirazione, ma un fatto. Può
    indurre a sposare tesi negazioniste, capaci di attenuare l’angoscia del futuro,
    o può essere mobilitante, portare le persone nelle piazze e nelle strade, farsi
    politica. È in questa versione mobilitante che la paura ha mosso le
    manifestazioni di Fridays for Future, Extinction Rebellion e altre, unite dal
    desiderio di verità e giustizia di fronte alla crisi climatica. La generazione
    dell’eco-ansia si affaccia oggi sulla possibilità concreta dell’assenza di futuro,
    ma porta anche con sé la promessa di una nuova coscienza e passione del
    limite, che metta la politica di fronte alle sue responsabilità.
    Editoriale a cura di: AGENZI ITALIANA PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE

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