ANALISI E COMMENTI – Insicurezza alimentare: falso allarme?

Insicurezza alimentare: falso allarme?


di Tommaso Emiliani
Il 2022 è stato un anno di cambiamenti drastici per i sistemi alimentari
europei ed internazionali. A febbraio, l’invasione dell’Ucraina da parte
della Russia – con il conseguente blocco navale posto alle esportazioni
ucraine e duro regime di sanzioni europee contro le manifatture russe e
bielorusse – ha provocato un brusco risveglio per quegli europei che
consideravano la possibilità di una carestia su larga scala un retaggio
novecentesco.
Con una guerra alle porte dell’Unione Europea che sembra destinata a
proseguire nel pieno dell’inverno, il dibattito pubblico incentrato sulla
questione energetica non deve trascurare lo stato critico
dell’approvvigionamento di risorse fondamentali quali il grano ed i
fertilizzanti per l’agricoltura. Sul piano interno, se la disponibilità di cibo
necessario per il fabbisogno europeo non è direttamente minacciata grazie
alla buona tenuta del Mercato Unico, l’impennata dei prezzi dell’energia ha
causato un aumento dei costi di produzione agricola, con conseguenze
negative sul tenore di vita degli agricoltori e sul potere d’acquisto dei
consumatori.
Sul piano esterno, il congelamento di superpotenze agricole quali Russia,
Ucraina e Bielorussia come attori commerciali globali ha prodotto gravi
ripercussioni su quei Paesi del Medio Oriente, Africa settentrionale e orientale
con dipendenze strutturali dalle importazioni di derrate agro-alimentari.
L’impossibilità di diversificare l’approvvigionamento di cereali, insieme
alla scarsa disponibilità di fertilizzanti necessari a coltivare i campi in climi con
condizioni metereologiche sfavorevoli, e la pressione esercitata dall’inflazione
galoppante sui budget degli Stati colpiti dalla crisi contribuiscono a una
situazione di grande volatilità sullo scenario europeo e in particolare
mediterraneo.
Una crisi congiunturale con cause strutturali
Il FAO Food Price Index, un indicatore che monitora l’andamento dei prezzi
di un paniere di generi di prima necessità sui mercati globali, registrava già a
gennaio 2022 – quindi prima dell’invasione russa – il livello più alto dal
2008, anno in cui la crisi alimentare globale aveva scatenato quelle
sommosse popolari e instabilità politica che sarebbero state tra i motori
scatenanti delle cosiddette ”Primavere Arabe’”. Tale situazione era generata
da almeno cinque ordini di fattori strutturali
1) il trend demografico – la popolazione mondiale ha raggiunto gli 8 miliardi
nel 2022, con quella del Nord Africa e Medio Oriente aumentata di quasi
quattro volte negli ultimi quarant’anni. L’output agricolo non ha potuto crescere
in maniera proporzionale a un incremento così repentino, specie
considerando che la geografia di tali Paesi in gran parte desertici impedisce
l’aumento stabile dei rendimenti agricoli;
2) gli effetti disastrosi del cambiamento climatico – il Pannello di
Monitoraggio delle Nazioni Unite sul Cambio Climatico (UNFCCC) ha definito
l’area mediterranea come un hotspot per il cambiamento climatico, dove il
riscaldamento della Terra procede più rapido del 20% rispetto al resto del
mondo. Tale fenomeno è particolarmente rilevante in Paesi con scarsità
acuta di risorse idriche, dove l’accentuazione di aridità e siccità provoca la
competizione per l’acqua tra esseri umani, bestiame e coltivazioni;
3) il trend dell’urbanizzazione – il fenomeno che vede l’abbandono delle
zone rurali in favore della creazione di grandi metropoli è ormai una realtà
anche nei Paesi del Nord Africa e del Medio Oriente, con la peculiarità di
un’assenza generalizzata di città medie che facciano da collante tra le diverse
realtà. L’abbandono delle campagne si associa alla rinuncia a uno stile di vita
agricolo associato a un modello di lavoro faticoso e poco remunerativo in
favore della ricerca di riferimenti culturali urbani di stampo occidentale.
Tale esodo è estremamente preoccupante, specie alla luce di un contesto in
cui cambiamento climatico e nuove esigenze produttive necessiterebbero
dell’entusiasmo e dell’energia di una giovane generazione istruita e a proprio
agio con la tecnologia per promuovere l’innovazione necessaria in campo
agricolo;
4) la globalizzazione delle diete – l’adozione di modelli di comportamento
globalizzato ha indotto una larga omologazione delle diete, con l’inclusione di
alimenti alieni alle colture locali e l’introduzione di cibi altamente processati e
bevande zuccherate. Ciò ha prodotto, da un lato, una dipendenza dalle
importazioni per reperire alimenti scarsamente coltivati in modo autoctono e,
dall’altro, un aumento considerevole del cosiddetto doppio fardello di
obesità e malnutrizione;
5) l’onda lunga della pandemia di COVID-19 – i lockdowns hanno avuto
degli effetti devastanti per le fasce più fragili delle popolazioni e duri impatti
sulle piccole e medie imprese. In Nord Africa e Medio Oriente, considerata la
prevalenza dell’economia agricola informale, le già scarse misure di
previdenza sociale sono state precluse a quei gruppi sociali che non pagando
le tasse sono quasi invisibili ai servizi di aiuto. Inoltre, l’azzeramento del
turismo ha tolto introiti essenziali e contribuito ad assottigliare le risorse
economiche a disposizione di Stati che prevedono i sussidi sul pane come
parte strutturale delle loro politiche di stabilità.
Su tale impalcatura di fragilità preesistenti si è abbattuta l’onda tellurica della
guerra in Ucraina, che coinvolge due Paesi che da soli coprono il 12% del
fabbisogno calorico mondiale; sono ai primi posti quali maggiori
esportatori di grano, frumento, orzo, semi di girasole e potassa; e sono
responsabili per quote tra il 60% e l’80% dell’approvvigionamento di cereali di
Paesi quali l’Egitto, la Siria, l’Algeria ed il Libano.
Lo scenario internazionale: il gioco di potenze conferma
l’importanza strategica dell’agricoltura
La guerra in Ucraina ha provocato reazioni immediate sullo scacchiere
internazionale. In primo luogo, la riduzione delle quantità di cereali e
fertilizzanti reperibili sui mercati globali – dovuti al blocco navale dei porti
ucraini e al rifiuto russo di esportare verso un crescente numero di Paesi
considerati ostili – ha causato l’aumento vertiginoso dei prezzi e una corsa
allo stoccaggio delle derrate da parte di alcune delle grandi potenze in gioco.
È il caso della Cina, che ha intensificato il processo iniziato durante
l’epidemia di COVID-19 arrivando a immagazzinare, secondo alcune stime, il
50% delle riserve mondiali di grano nei suoi silos; o dell’India, che ha ordinato
in maggio un bando alle esportazioni di farina di frumento – di cui è il secondo
produttore mondiale – citando la necessità di proteggere la propria
popolazione. Tali restrizioni hanno provocato per reazione appelli a creare
una ‘OPEC del grano’ ovvero un’iniziativa volta a formalizzare la
cooperazione tra alcuni dei maggiori produttori mondiali (USA, UE, Canada,
Brasile, Argentina, Ucraina) e finalizzata a trovare un accordo sulle quote di
esportazione.
D’altra parte, il sistema di governance delle Nazioni Unite ha manifestato –
attraverso le prese di posizione della FAO in contiguità con quelle della
Organizzazione Mondiale del Commercio – la sua forte opposizione a
qualsiasi distorsione del libero mercato. Al contrario, lo sforzo prodotto
dalle Nazioni Unite (e in maniera minore dell’Unione Europea) per liberare i
mari e mantenere fluido il commercio di grano e fertilizzanti ha propiziato
l’unico vero successo diplomatico negoziale dall’inizio del conflitto: il 27 luglio
è stata lanciata a Istanbul, dopo una fitta rete di incontri bilaterali tra la
squadra del Segretario Generale delle Nazioni Unite Guterres e quella del
Ministro della Difesa turco Akar da un lato, e gli emissari di Russia e Ucraina
dall’altro, la UN Black Sea Grain Initiative, un accordo che ha permesso di
sbloccare oltre 11 milioni di tonnellate di grano precedentemente stazionate in
silos nei porti ucraini sottoposti a blocco navale russo. L’iniziativa, il cui
termine scadeva a novembre, è stata recentemente rinnovata fino al 15
marzo 2023 dopo che la Russia aveva minacciato a più riprese il suo ritiro in
caso le forti sanzioni cui è sottoposta da parte dell’UE non fossero state
allentate. Sebbene il futuro dell’iniziativa rimanga in bilico, il successo
diplomatico di cui sta godendo il Presidente turco Erdogan grazie alla
Black Sea Grain Initiative dimostra il capitale politico in palio per quei leader
(europei e internazionali) capaci di agire in modo deciso abbinando il
perseguimento di obiettivi strategici nazionali alla protezione della sicurezza
alimentare globale.
Europa: la falsa dicotomia tra incremento della produttività
e lotta contro il cambio climatico
Nell’UE, la guerra in Ucraina ha aperto un nuovo capitolo nello scontro sul
futuro dei sistemi agro-alimentari continentali tra produttori agro-agricoli e
ambientalisti. Dentro alle istituzioni europee, tale tensione si ripercuote nelle
visioni geopolitiche in apparenza profondamente diverse di cui si fanno forieri
due Commissari europei. Da una parte, il Commissario all’Agricoltura
polacco e conservatore Wojciechowski, che sostiene la necessità di
aumentare l’output produttivo europeo per scongiurare ogni rischio di crisi
alimentare, allentare la pressione sui mercati globali immettendo grano
europeo, e proporsi come un attore regionale autorevole nel supporto a un
vicinato affamato ed instabile. Dall’altra, il Vice-Presidente Esecutivo e
Commissario per l’Azione Climatica olandese e socialista Timmermans, che
sostiene che un accresciuto ruolo geopolitico dell’Europa deve passare
inevitabilmente dalla riduzione della dipendenza strategica dai
fertilizzanti russi e, più in generale, dalla protezione dell’ecosistema agricolo
al fine di mantenerne la produttività nel lungo termine.
Tale dicotomia di vedute, tuttavia, è in realtà una dialettica: una politica
lungimirante deve necessariamente integrare le due prospettive, giacché la
scienza dimostra da un lato che lo sfruttamento intensivo dei suoli agricoli ai
livelli correnti porterebbe nel lungo termine a una riduzione della produzione
europea, mentre dall’altro una politica agraria sensibile all’ambiente che non si
dimostrasse capace di sfamare un fabbisogno crescente produrrebbe effetti
catastrofici anche peggiori di quelli legati al cambiamento climatico.
Innovazione politica e tecnologica: niente bacchette
magiche
Il 2022 è stato un anno di intensa proliferazione legislativa e politica nel
campo della sostenibilità agro-alimentare. Per la prima volta nella storia dei
summit climatici, la COP27 ha visto l’apertura di un padiglione interamente
dedicato alla questione delle misure di adattamento e mitigazione dell’impatto
dell’agricoltura sul climate change. Sebbene le conclusioni negoziali della
COP evitino ogni riferimento ai ”sistemi agro-alimentari” in favore di un focus
più ristretto sulla sola agricoltura, il Koronivia Joint Work Group – unico
braccio operativo del UNFCCC che si occupa di sicurezza alimentare – ha
adottato un nuovo programma quadriennale con un focus
sull’implementazione di soluzioni pratiche.
In Europa, i Piani Strategici Nazionali inviati dai 27 Paesi UE alla
Commissione Europea come condizione per ricevere i fondi della nuova
Politica Agricola Comune sono stati approvati al fotofinish, con l’Olanda
ultimo Paese ad aver ottenuto il via libera a causa delle pesanti contestazioni
delle istituzioni riguardo all’impatto ambientale ed eccessivo uso di
pesticidi incluso nel Piano.
Nell’ambito delle misure a protezione dell’ambiente, la Commissione ha
recentemente lanciato una proposta legislativa per identificare degli standard
nel settore del cosiddetto carbon farming, ovvero la pratica attraverso cui gli
agricoltori possono ritirare il carbonio dall’atmosfera attraverso le loro
coltivazioni, contribuendo così all’obiettivo europeo “emissioni zero entro il
2050”. La proposta è stata accolta con eguale plauso e critiche dalle
associazioni di contadini europei, a sottolineare come la
responsabilizzazione degli agricoltori nella lotta climatica sia percepita come
opportunità o minaccia a seconda dei differenti contesti geografici e
industriali.
Riguardo alla crisi dei fertilizzanti, la Commissione ha pubblicato una
comunicazione sulle misure di breve e medio periodo con le quali intende
arginare la dipendenza da importazioni russe e bielorusse. Tuttavia, il
settore agro-industriale non ha mancato di rilevare come, nel linguaggio di
Bruxelles, le ”comunicazioni” siano differenti dalle “strategie”, in quanto le
prime mancano di vere e proprie proposte legislative a supporto.
Parallelamente, l’Unione Europea ha avviato il processo legislativo in
diverse aree contigue al settore agro-alimentare continentale. La
proposta di legge sulla deforestazione mira a ridurre l’impatto ambientale delle
importazioni di prodotti processati in modo non sostenibile in altri parti del
mondo. Tra questi, sono inclusi carne bovina, cacao, caffè e derivati
dall’olio di palma. Il nuovo pacchetto legislativo sull’economia circolare,
invece, prevede un capitolo dedicato agli imballaggi e alle etichette del
comparto alimentare. L’obiettivo dichiarato è innalzare la performance
europea riguardo a uno degli aspetti dove i sistemi agro-alimentari rivelano
un’inefficienza particolarmente marcata: quello dello spreco alimentare.
Infine, una straordinaria e recentissima innovazione scientifica potrebbe
produrre degli impatti positivi rilevanti per la sostenibilità agro-alimentare
di lungo periodo. L’annuncio dell’avvenuta fusione nucleare dell’atomo a
guadagno netto d’energia da parte di un istituto di ricerca statunitense apre
prospettive inedite in molti campi, non ultimo quello dell’agricoltura. Se infatti
l’uso applicato dell’energia nucleare potrebbe in futuro permettere di
rimpiazzare i carburanti fossili usati da macchine e centrali agricole con
energia pulita, un effetto secondario non trascurabile consisterebbe nella
liberazione delle superfici arabili globali attualmente adibite alla produzione
dei cosiddetti bio-carburanti – ovvero combustibili di origine oleosa che
richiedono la coltivazione di cereali specifici e comportano il rischio di
deforestazione. Il passaggio dalla scoperta scientifica all’applicazione pratica
della fusione nucleare comporterà ancora tempi lunghi; ciò che appare certo
è che il 2023 sarà un altro anno di sfide geopolitiche intense e opportunità
di largo respiro per gli attori della filiera agro-alimentare internazionale.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.