ANALISI E COMMENTI – Il vuoto di cui abbiamo bisogno

Il vuoto di cui abbiamo bisogno


Chi va in barca a vela scopre presto che non è il vento a spingere la
barca, è invece il vuoto che si crea davanti alla vela che la tira a sé e la fa
muovere. Questo fatto che può apparire paradossale ci permette di fare
qualche riflessione sul ruolo del vuoto nelle nostre vite, lavorative e non,
e sul reale valore che dovremmo dargli. Magari già da questa estate?
di Francesco Gaeta
La prima lezione di vela è un ottimo modo per fare amicizia con il vuoto, e con
il paradosso. Se a 17 anni più o meno pensate che sia il vento a riempire la
vela e spingere la barca, quello sarà il momento in cui scoprirete che è invece
il vuoto che si crea davanti alla vela che tira a sé la barca. La chiamano
portanza. Insomma: è il vuoto che fa muovere. La barca ne è risucchiata.
Anche chi più che dalla poesia fosse attratto dalla dinamiche dei fluidi – non
era il mio caso a 17 anni – troverà la cosa paradossale e perciò interessante,
ne converrete.
Un passo avanti
Cosa ha da dirci questa “immagine guida” sull’oggi che osserviamo? Che nel
nostro essere “soggetti sociali”, cioè individui attivi nelle organizzazioni di cui
facciamo parte, siamo tutti figli dell’equivoco del vento.
In quest’epoca di discontinuità – salti della storia, salti dell’economia, salti
della natura – siamo impigliati in una lettura inerziale di ciò che ci accade.
Guardiamo alla politica, all’economia, alla cultura, al nostro lavoro a partire da
una isteresi elastica, direbbe ancora una volta un fisico. Ovvero, reagiamo agli
urti con ritardo, ci ammacchiamo, comprimiamo le nostre certezze per poi
ri-espanderci “come nulla fosse”. Elastici al trauma, ostili al mutare forma,
ostinati nel riprendere la vecchia.
Cosa c’entrano il vuoto e il pieno? C’entrano, perché questo nostro essere
elastici al trauma, e dunque ad esso indisponibili, è anche “insufflato”, per
stare nella metafora, da un troppo pieno, da un “rumore bianco” fatto di dati e
notizie senza palinsesto, cioè prive di profondità e contesto. L’infodemia che ci
appanna la vista su guerre e pandemia trapassa poi nelle nostre agende, le

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