ANALISI E COMMENTI – Il piano da 15 punti per fermare la guerra in Ucraina

Il piano da 15 punti per fermare la guerra in
Ucraina

di Emanuele Rossi
Dialoghi di pace più concreti secondo i russi, mentre Kiev cerca
garanzie

C’è un piano in 15 punti che dovrebbe condurre la Russia verso la fine degli
attacchi in Ucraina e la pace nel conflitto. Una trattativa che arriva sull’orlo del
baratro, ossia al potenziale punto di non ritorno, quello in cui la violenza
crescente giorno dopo giorno degli scontri raggiunge un livello da cui diventa
quasi impossibile tornare indietro. E sia per gli aggressori — che più
diventano violenti più dimostrano le loro debolezze, che al tempo stesso
diventa impossibile ammettere per la necessità di salvare la faccia — che per
gli aggrediti, che non possono vanificare tragedie e resistenza con
compromessi sbilanciati.
Nella finestra d’opportunità che si stringe ogni ora qualcosa si è mosso, e
oggi, mercoledì 16 febbraio, se ne parla, proprio mentre i colpi russi a
Chernihiv finivano contro le persone in fila per il pane — fatti che complicano
lo spazio di manovra diplomatico del presidente Volodymyr Zelensky davanti
alla propria collettività, e quello di potabilità del russo Vladimir Putin. I
progressi diplomatici sono raccontati da fonti informate al Financial Times, che
dunque affidano quanto sta accadendo al primo tra i media globali tra quelli in
grado di dettare la linea alle leadership.
La Russia otterrebbe l’accettazione di uno status di neutralità e di limitazione
sulle attività delle forze armate da parte dell’Ucraina, mentre Mosca porta al
tavolo un cessate il fuoco e il ritiro da Kiev. L’Ucraina dovrebbe rinunciare
all’ambizione costituzionale di entrare nella Nato e promettere di non ospitare
basi militari straniere (già vietare per legge in realtà) o armamenti in cambio
della protezione di alleati come gli Stati Uniti, il Regno Unito e la Turchia.
Messa così, sembra che Zelensky — che ha già detto “ci rendiamo conto che
l’Ucraina non diventerà un membro della Nato, lo capiamo, siamo persone
adeguate” — si trovi davanti a una forma di resa proposta da Mosca. E infatti
Kiev ha già annunciato che attorno a questi rumors, su cui il regime russo ha
subito fatto le proprie speculazioni informative, ci sono diverse i aggiustamenti
da fare. Innanzitutto servono garanzie occidentali per la sicurezza ucraina, e
forse anche di questo parlerà il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu,
oggi a Mosca, usando un linguaggio che riguardo all’Occidente potrebbe
essere più comprensibile per i russi (visto le posizioni critiche di Ankara, a
tratti simili a quelle di Mosca).
La natura di queste garanzie e la loro accettabilità per Mosca potrebbe ancora
rivelarsi un grande ostacolo a qualsiasi accordo. C’è d’altronde il precedente
dell’accordo del 1994 come base non funzionante della sicurezza ucraina,
tant’è che non è riuscito a prevenire l’aggressione russa. Kiev vuole
assicurazioni perché Zelensky non può far digerire una resa ai suoi cittadini.
Sono una necessità anche se è vero quello dichiarato da più parti —
compreso dal ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio — sul ruolo che il
presidente ucraino sta giocando nella “guerra di Putin”. Zelensky è tutti noi, ha
detto Di Maio: e allora un simbolo del mondo libero e democratico aggredito
dall’autocrate impazzito quanto può cedere davanti a quell’aggressione?
A Kiev circola una preoccupazione evidente: quanto ci si può fidare di Putin?
Uno che anche oggi ha dichiarato di non aver intenzione di “occupare”
l’Ucraina, che garanzie può dare sul futuro? Come prendere la disponibilità a
muoversi verso una pace costruita? Non c’è il rischi che Mosca, in difficoltà
evidenti fin dai primi colpi sparati in Ucraina, possa guadagnare tempo
bluffando sulle trattative per raggruppare le sue forze e riprendere la sua
offensiva?
Mykhailo Podolyak, un consigliere senior del presidente ucraino Zelensky, ha
dichiarato che qualsiasi accordo comporterebbe “in ogni caso che le truppe
della Federazione Russa lascino il territorio dell’Ucraina”, ossia che
abbandonino le posizioni conquistate con l’invasione iniziata il 24 febbraio —
vale a dire le regioni meridionali lungo il Mar d’Azov e il Mar Nero, dove si
combattente nel tentativo di isolare l’accesso al mare all’Ucraina, così come il
territorio a est e nord di Kiev. Poi c’è la questione Donbas e Crimea, altro
punto complicato.
Ammesso che la Crimea è irrecuperabile, quei territori occupati da otto anni
dai filorussi che strada prenderanno? È possibile una compartimentazione:
trattare in modo disgiunto i territori conquistati dalla Russia con l’invasione
attuale rispetto alla Crimea e al Donbas — dove il riconoscimento di un livello
di autonomia da Kiev era già parte degli accordi di Minsk del 2015.
Il capo delle relazioni con i media della presidenza russa, Dmitry Peskov, ha
detto ai giornalisti mercoledì che la neutralità ucraina basata sullo status
dell’Austria o della Svezia era una possibilità. La prima lo è per tradizione,
l’altra dopo un trattato del 1955, imposto dalle potenze vincitrici della Seconda
guerra mondiale per evitare nuove invasioni), ma Podolyak ha fatto notare sul
suo canale Telegram che l’Ucraina “è uno stato in guerra” e dunque
l’eventuale modello di neutralità deve essere costruito su misura. È anche un
modo per non far passare lo status come una vittoria russa.
Kiev propone un modello di garanzie di sicurezza che implica la
partecipazione immediata e legalmente verificata di un certo numero di paesi
garanti nel conflitto dalla parte dell’Ucraina. Tali Paesi sarebbero responsabili
di una reazione (armata) se qualcuno dovesse violare di nuovo l’integrità
territoriale ucraina. Come strutturare questo schema?
Sergei Lavrov, il ministro degli esteri russo che nei primi giorni dell’attacco si
muoveva dalle seconde linee, ora è tornato attivo e ha detto che “formulazioni
assolutamente specifiche” erano “vicine ad essere concordate” nei negoziati.
Si muove la diplomazia, ed è anche un potenziale segnale che Putin in
qualche modo sia stato ricondotto al senso del realismo: prendere l’Ucraina
appare impossibile, serve un’exit strategy adesso che è ancora possibile.
In un discorso virtuale ai membri del Congresso mercoledì, Zelensky ha
supplicato gli Stati Uniti di applicare una no-fly zone o fornire jet da
combattimento o altri mezzi per respingere l’attacco della Russia al suo
paese, e imporre sanzioni economiche più severe su Mosca. L’appello
drammatico di Zelensky passerà come momento storico del conflitto,
raccontato dai giornalisti americani che facevano notare la commozione tra i
legislatori di Capitol Hill, ma se è quasi impossibile che si applichi la no fly
zone difficile pare anche l’invio dei caccia promessi a Kiev.
Se il blocco dello spazio aereo si porta dietro il rischio di un coinvolgimento
diretto nel conflitto di chi quel blocco deve farlo rispettare, ossia la Nato (o gli
Usa o l’Ue), l’invio di armi pesanti come i caccia potrebbe essere percepito da
Putin come un’escalation che implica una reazione ancora più aggressiva da
parte di Mosca. Risultato (oltre al rischio che quegli aerei vengano abbattuti
prima di essere consegnati agli ucraini aprendo a un incidente diplomatico in
un teatro di conflitto): si eroderebbe lo spazio di manovra diplomatico perché
la via d’uscita per Putin sarebbe ancora più stretta.
Poi c’è una questione di pura narrazione che la Russia avrebbe voluto inserire
nei negoziati — probabilmente al solo fine di difendere la scelta dell’attacco.
Garantire che il russo diventi la lingua in Ucraina (con tutto il peso che
comporta). Putin ha inquadrato la sua invasione come un tentativo di
proteggere i russofoni in Ucraina da quello che sostiene essere un “genocidio”
da parte dei “neonazisti” della “giunta di Kiev”: per trattarci deve anche
dimostrare ai propri cittadini di aver vinto su questo fronte culturale.
Bottom line: mentre si discute ai tavoli negoziali internazionali il modo per
raggiungere una grande pace, di pari passo dovrebbe procedere la
costruzione di cessate il fuoco anche puntuali per permettere l’immediata
apertura di corridoi umanitari con cui assistere i civili. I tempi della diplomazia
e quelli della guerra sono diversi, il rischio del non congelare i combattimenti e
fermare le armi è che la guerra continui, con essa le morti. Inoltre le evoluzioni
sul campo potrebbero alterare qualsiasi incrocio d’astri sulla pace.
Game changers e nuove politiche europee
di Maurizio Melani
L’articolo di Luigi Paganetto, “Nulla sarà più come prima” ha
innescato un dibattito su come dovranno cambiare, in brevissimo
tempo, le politiche economiche europee. L’ambasciatore Maurizio
Melani riflette sugli effetti dei game changers e sul ritorno a un
maggiore ruolo dei poteri pubblici nell’economia e a una crescita
della spesa pubblica nazionale ed europea
L’articolo di Luigi Paganetto: “Nulla sarà come prima. L’Europa è
pronta?”
L’articolo di Michele Bagella: “Come l’Occidente può vincere la guerra
economica”
Negli ultimi tre anni una serie di successivi e concatenati “game changers” ha
sensibilmente mutato il contesto geopolitico e dell’economia globale nel quale
l’Europa si trova ad operare, ponendo l’esigenza di un riadattamento delle
politiche dell’Ue anche sul piano fiscale e dei suoi processi decisionali.
Dopo la crisi economico-finanziaria del 2008-2009 importata dagli Stati Uniti
seguita da quella dei debiti sovrani di alcuni Paesi europei alla quale l’Ue ha
risposto con una politica di austerità fiscale e poi di limitata espansione
monetaria, vi sono stati lo shock della pandemia e contemporaneamente
l’accresciuta consapevolezza di dover reagire rapidamente ai cambiamenti
climatici con una azione tendente ad una radicale riduzione delle emissioni di
carbonio. A queste sfide l’Unione Europea ha reagito con un salto di qualità
soprattutto sul piano fiscale e delle regole sugli aiuti di stato. Il patto di stabilità
è stato temporaneamente sospeso e con il New Generation EU è stato
avviato un processo di indebitamento comune e di incremento, peraltro molto
modesto, del bilancio dell’Unione con una prospettiva di rilancio
dell’acquisizione di risorse proprie per finanziarlo e garantire il debito
contratto.
Poi è intervenuta la guerra in Ucraina. I prezzi dell’energia saliti già prima
dell’aggressione russa per uno squilibrio tra domanda e offerta a livello
globale durante l’effimera ripresa dopo l’attenuazione della pandemia si sono
ulteriormente impennati anche a causa di processi speculativi finora non
adeguatamente contrastati.
Il conflitto ha portato anche ad una carenza attuale o prevista di prodotti
agricoli, di fertilizzanti e di semilavorati provenienti da Russia e Ucraina. E il
mondo si avvia dopo quaranta anni verso una nuova stagflazione con tutte le
sue prevedibili conseguenze sociali e politiche. Le sanzioni sempre più dure
adottate dagli occidentali quale risposta agli inaccettabili comportamenti della
Russia e per costringerla ad una trattativa che non sia un cedimento alle sue
condizioni colpiscono quelle dell’economia ma anche le nostre. E le
prospettive di un conflitto prolungato accentuano ulteriormente le aspettative
del peggio da parte di investitori e consumatori mentre la necessaria riduzione
della dipendenza energetica dalla Russia si annuncia lunga e penosa con
altrettanti effetti negativi su crescita e occupazione già mortificate dalle
strozzature lungo catene del valore diventate troppo estese e vulnerabili come
la pandemia aveva messo in evidenza.
L’Unione Europea ha quindi annunciato un rilevante impegno su vari fronti che
dovrà ora essere oggetto di una effettiva attuazione con importanti
aggiustamenti delle sue politiche in diversi campi. La riunione informale dei
Capi di Stato e di Governo a Versailles e la Comunicazione della
Commissione REpowerEU ha dato indicazioni che Consiglio e Parlamento
Europeo dovranno tradurre in decisioni concrete e atti legislativi. Una volontà
politica sembra emergere almeno da parte dei maggiori paesi dell’Unione pur
avendo ciascuno di essi interessi specifici non sempre convergenti.
Approfondimenti e consolidamenti sono ora necessari.
Quanto annunciato comporterà, se attuato, rilevanti sforzi finanziari, e in
questo contesto non è proponibile un ritorno alle regole del patto di stabilità
come vigeva prima delle sospensioni adottate a causa della pandemia. Al
tempo stesso si rende necessario il rafforzamento di un bilancio e di una
capacità di indebitamento comuni.
Sul primo aspetto, una revisione del patto di stabilità, quando sarà deciso di
porre fine alla sua sospensione, dovrà almeno porre al di fuori dei vincoli sulla
limitazione della spesa gli investimenti per sostenere la transizione e la
diversificazione energetica oltre a quanto previsto dai piani nazionali in
attuazione del NGEU, nonché quelli per la difesa, almeno per quanto riguarda
i sistemi d’arma e di protezione, convenzionali e nei nuovi domini cyber e
spaziali, ed almeno in parte per le compensazioni a chi è più colpito dagli
effetti delle sanzioni. A queste spese si aggiungono quelle per l’accoglienza di
milioni di profughi dall’Ucraina. Ugualmente saranno da rivedere le regole
sugli aiuti di stato, ora sospese, per rendere possibili tali compensazioni. Per
l’Italia le dimensioni delle spese dovranno inevitabilmente tenere conto degli
altissimi livelli di indebitamento.
Sul secondo aspetto, quello dell’impegno comune europeo, sono da
considerare un potenziamento dei sostegni allo sviluppo delle fonti di energia
rinnovabili, della produzione di idrogeno, della ricerca su tecnologie dirette a
renderle pienamente sostenibili, delle interconnessioni e dei sistemi di
stoccaggio. Saranno inoltre necessari aumenti di risorse per la Peace facility,
per il Fondo Europeo di Difesa e per tutte quelle attività dirette a favorire
integrazioni nella conduzione di operazioni di gestione delle crisi, nelle
acquisizioni di materiali di armamento e nella loro produzione, nei sistemi di
pianificazione e nella formazione secondo le indicazioni della bussola
strategica (“strategic compass) di imminente emanazione.
Un altro aspetto di una autonomia strategica che riguarda
l’approvvigionamento di energia, di materie prime, di semiconduttori necessari
alla transizione energetica e digitale e di prodotti medicali e farmaceutici la cui
scarsità è stata evidenziata dalla pandemia, riguarda la produzione
cerealicola, di oli vegetali e di soia. Ne deriva, come riconosciuto al vertice di
Versailles, l’esigenza di una revisione della politica agricola comune che dia
nuovamente impulso a tali produzioni dopo anni nei quali la PAC è stata
diretta a ridurle favorendo le importazioni.
In conclusione, i “game changers” di cui abbiamo parlato, ed in particolare
l’ultimo costituito dalla guerra, stanno determinando il ritorno ad un maggiore
ruolo dei poteri pubblici nell’economia e ad una crescita della spesa pubblica
nazionale ed europea con un aumento dell’indebitamento, necessario in una
fase che potrà durare diversi anni, ma i cui effetti si faranno sentire
negativamente nel più lungo periodo.
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